Donna, vita, libertà: questi i tre capisaldi della rivoluzione che dilaga, da ormai quasi due mesi, in Iran. Dall’uccisione di Mahsa Amini, morta il 16 settembre, alle attuali rivolte propagatesi in tutto il Paese, le donne iraniane si trovano al centro dell’attenzione internazionale e l’Occidente – non che ci sia poi da stupirsi – sembra farsi garante delle loro lotte e rivendicazioni. Non pare, però, che si preoccupi di farlo nel modo corretto. Più e più volte, infatti, l’opinione generale espressa sul tema dimostra, nella sua estrema ipocrisia, di non aver assolutamente compreso le istanze delle donne iraniane. Riportare notizie internazionali di questo tipo dovrebbe innanzitutto implicare l’informazione primaria sul contesto analizzato, cercando di eliminare l’onnipresente visione occidentale non applicabile ad ambiti culturalmente differenti. Occuparsi dell’attuale primavera iraniana assumendo un punto di vista privilegiato, con la presunzione di potersi fare carico delle battaglie delle donne nel Paese, è assolutamente problematico, come le ridicole posizioni prese da alcune delle “femministe” vicine a noi non hanno tardato a dimostrare. Schierandosi contro l’hijab – il casus belli dei tumulti in Iran – manifestano una strumentalizzazione delle morti di queste ultime settimane mirata ad un’idea di libertà totalmente occidentale e fuori luogo in questo contesto culturale. È fondamentale accorgersi di quanto sia dannoso guardare alle proteste delle donne iraniane come ribellioni contro l’hijab, simbolo religioso e culturale, poiché degradante per la reale causa di queste ultime: l’oppressione estremista e patriarcale, ragione per la quale tanto le hijabi quanto le donne senza velo ad oggi lottano insieme: tutte per un’imposizione verticale che non fa conto dell’autodeterminazione delle donne sui propri corpi. Catalogare l’hijab come simbolo di oppressione altro non fa che partecipare allo stesso gioco di chi invece lo impone, andando a minare la libertà di decidere per sé stesse. Dopo la rivoluzione iraniana del ’79, in un tentativo di occidentalizzazione del Paese, lo scià – titolo attribuito al sovrano – vietò l’utilizzo del burqa; più recentemente, le vicine Francia e Danimarca hanno approvato l’hijab ban per alcuni luoghi pubblici. Stessa la situazione, diversa l’opinione pubblica a riguardo: l’abbigliamento occidentale è concepito come unico e solo esempio di libertà. Ma non è così. In nome di un’islamofobia con cui non vogliamo ancora fare i conti, stiamo erroneamente mischiando la scelta del singolo – sia essa di svestizione o vestizione – con i soprusi esercitati da un soffocante regime dittatoriale, in un conveniente esempio usato come appoggio per un’ulteriore condanna al velo. Tale narrazione parte, ancora una volta, da una prospettiva priva di un’effettiva conoscenza della realtà musulmana, che si stenta però a mettere in dubbio. Non si tratta di colpevolizzare culture e religioni, ma di riconoscere la problematicità di regimi che si nascondono dietro ad esse, esercitando una violenza che non va sicuramente d’accordo con i principi religiosi. Se è vero che la svestizione è simbolo di emancipazione in un contesto che la condanna, la stessa cosa vale anche per il contrario. Il fatto che si decida per il corpo altrui è sempre un problema. Allo stesso modo è nocivo estraniare le donne iraniane dalla loro lotta, sostituendoci alla loro voce, che altro non chiede se non la totale libertà di scelta. La libertà è – e rimane- la meta comune: questo non dovremmo mai dimenticarlo.

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