60 anni dalla rivoluzione
Last night I said these words to my girl… cantava Paul McCartney, sulle note di Please Please Me, singolo di incredibile successo destinato a dare il nome al primo album della band più influente della storia. Si tratta ovviamente dei Beatles. Ma facciamo un passo indietro. Siamo nel 1957, più precisamente il 6 luglio, e siamo a Liverpool, quando avviene l’incontro fatale. Nel cortile dell’oratorio della chiesa di Saint Peter, John Lennon, giovane leader dei Quarrymen, band skiffle e rock’n’roll, conosce l’allora quindicenne Paul McCartney. Già in questo primo incontro scatta una scintilla di iniziale rivalità quasi fraterna, che si tramuterà poi in quella singolare e dolorosa amicizia che li terrà legati per anni. Con l’entrata di George Harrison nel gruppo, il mosaico Beatles inizia via via a prendere forma. George è un amico di scuola di Paul, il più giovane fra i tre, appassionatosi per caso al rock’n’roll dopo aver sentito la voce di Elvis sulle note di Heartbreak Hotel uscire da una finestra. Le prime esibizioni della band si svolgono al Casbah, club della madre dell’allora batterista Pete Best. È nelle sue stanze che i Quarrymen si trasformano, in questa polverosa e stonacata incubatrice, in Beatles. Però, come ogni mito che si rispetti, affinché tutto abbia inizio ci vuole una grotta, una caverna: il Cavern, appunto. In questa cantina tramutata in club nel centro di Liverpool, i Beatles si esibiscono per la prima volta il 21 marzo del 1961. Il locale è una tappa fondamentale per la storia della band: qui si costruiscono un proprio pubblico e un’identità tra le vie della città. Ma soprattutto, sono invitati a suonare ad Amburgo, città della Germania Ovest che in quegli anni si era cucita addosso l’immagine di covo di rockers e malfamati: gli stessi Beatles si esibiscono nei suoi quartieri “a luci rosse”. Amburgo è per i cinque ragazzi – John, Paul, George, Pete e Stuart Stucliffe, fotografo e pittore sostanzialmente disinteressato alla musica, ma amico del primo artista – l’iniziazione, il luogo in cui imparano i trucchi del mestiere, a suonare insieme, a divertire e coinvolgere il pubblico. Una volta rimpatriati, dato che George è ancora minorenne, a Liverpool si accorgono che il clima è mutato. Il mondo intorno a loro sta cambiando. L’Inghilterra, e l’intero Occidente, attraversa una fase di sviluppo economico, e in questa primavera la musica e i giovani conoscono la loro più bella stagione. Il consumo di dischi cresce rapidamente ed in modo esponenziale, si utilizzano i primi giradischi e in tutti i bar si trovano i jukebox. Alla televisione, ora divenuto il primo tra i nuovi mezzi di comunicazione, i giovani sono oggetto di singolare attenzione: attraggono, sono giudicati, studiati, analizzati. È in questo momento che entrano in campo i tre personaggi decisivi per lo sviluppo della storia, quelli che riusciranno a scovare il diamante nell’ancora grezzo carbone della band: il primo è Brian Epstein. Di modeste origini, Brian lavora nella sezione dischi del negozio di famiglia e viene a conoscenza dei Beatles quando un cliente gli chiede My Bonnie, pezzo di Tony Sheridan inciso dalla band, di cui appunto non ha mai sentito parlare. Vedendoli esibirsi al Cavern, rimane folgorato dalla loro musica, ma soprattutto dal fervore con cui il pubblico risponde, osservazione che anticiperà l’ineguagliabile fenomeno della Beatlesmania. Epstein diventa il manager della band e spiana loro la strada verso il successo mondiale, firmando il contratto con la EMI Records che permetterà a George Martin, altro tassello fondamentale nella storia del gruppo, di diventare il loro produttore discografico. Intanto Stuart, rimasto ad Amburgo per inseguire i suoi progetti artistici, muore prematuramente nell’aprile del ’62: per Lennon è un lutto doloroso, e da qui McCartney diventa il bassista del gruppo. Martin comprende che i quattro vanno assecondati – anche quando, negli anni successivi, stravolgeranno totalmente le modalità di registrazione canoniche – e decide di sostituire a Pete Best il batterista già in voga a Liverpool Ringo Starr. John, Paul, George e Ringo: la definitiva formazione dei Beatles è ultimata. Il primo singolo, Love Me Do, con P.S. I love you, sul retro, stabilisce l’esordio ufficiale della band. Il pezzo è semplicissimo, composto da due accordi, ma per assurdo è proprio questa scarna sincerità a lanciare i Beatles sulle classifiche internazionali. A novembre, dopo il successo del primo singolo, i quattro propongono a George Martin un pezzo scritto ispirandosi agli Everly Brothers, ma con una sonorità tutta nuova: Please Please Me. Arriviamo, quindi, all’11 gennaio del 1963, esattamente sessant’anni fa: il brano è pubblicato come singolo e il mese successivo, quando la band presenta il suo primo album omonimo, l’opera arriva al primo posto in classifica e ci resta per ben trenta settimane. Sarà superato solo dalla loro seconda uscita, With The Beatles. Il trionfo del gruppo apre un varco irreparabile nella tradizionale cultura britannica: non è solo la musica internazionale ad essere sbaragliata da questa travolgente ondata rivoluzionaria, ma anche la moda, la politica, il marketing, i costumi di un’intera generazione. I Beatles diventano un fenomeno collettivo che gli adulti guardano storcendo il naso. La lunga notte europea del dopoguerra termina proprio quando i quattro sono i primi ad uscirne. Il mistero di questa metamorfosi estremamente definitiva e radicale iniziata da quattro ragazzi di Liverpool è ciò che rende difficile raccontare i Beatles oggi. Perché il mito della band nasce infatti in una città piccola, povera, provinciale, distrutta dalle conseguenze della guerra, perennemente grigia e rassegnata. L’unico accesso ad un esterno più colorato e ridente è rappresentato dal porto della città, affacciato sul Nuovo Mondo, che permette l’arrivo di dischi dall’America, in Inghilterra selezionati dal ferreo controllo della BBC. Per questo motivo la febbre del rock’n’roll si diffonde a Liverpool addirittura prima che a Londra, e diventa un nuovo stile di vita. I Beatles sono figli di quella generazione rassegnata e assente, ancora dolente per le ferite della guerra, impoverita dalla sistematica caduta dell’Impero britannico e spettatrice dei sogni di vita e contestazione della nuova gioventù. In questo contesto il rock’n’roll, che musicalmente non è del tutto nuovo, diventa sovversivo: racconta una generazione insofferente, ancora non interamente svelata, diventa l’inno della speranza attiva in un mondo nuovo. Non è solo divertimento, bensì è un modo radicalmente diverso di vedere la vita, un totale ripudio dei valori dei propri genitori: nuovi rapporti umani, nuove regole, nuovo abbigliamento. I Beatles, trascinati da questa rivoluzione, iniziano a trascinarla loro stessi, all’inizio quasi inconsapevolmente, facendosi portavoce di un desiderio di ribellione e di scissione globale ed epocale. E l’epidemia di consapevolezza e coscienza di se stessa propria della nuova generazione originata dai Beatles deve fare i conti con una classe politica ancora impreparata ad un fenomeno globale così ampio e definitivo. Sulle melodie di canzoni come She Loves You e, più tardi, All You Need Is Love, milioni di ragazze e ragazzi decidono di voler cambiare il mondo, culminando poi nei famosi Movimenti Sessantottini. Sono gli anni di una nuova cultura emergente prodotta e destinata ai giovani: lo stesso John Lennon omaggia, creando il nome del gruppo, la gang di motociclisti in ciuffo e giacca di pelle di Marlon Brando, i Beetles, dal film Il selvaggio. La band utilizza un linguaggio comprensibile solo a chi, come loro, nutre una brama di innovazione violenta e prorompente, che tocca qualsiasi ramo della cultura. Raccontare i Beatles significa, dunque, identificare un mondo prima e dopo di loro.






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