L’arresto di Matteo Messina Denaro e il nuovo volto della mafia

La mattina del 16 gennaio 2023 un’unità di carabinieri dei Ros fa irruzione all’interno della clinica La Maddalena di Palermo e arresta un uomo vestito con una giacca di montone, gli occhi coperti da un paio di occhiali da sole, in fila per i tamponi anti Covid. Mentre questi viene caricato in vettura dalle forze dell’ordine, pochi fra i pazienti, ancora increduli per l’accaduto, non possono che immaginare la vera identità dell’uomo. L’arrestato infatti non è Andrea Bonafede, nome col quale era conosciuto all’interno della struttura, bensì Matteo Messina Denaro, boss di Cosa Nostra, latitante per trent’anni, autore di decine di omicidi e organizzatore delle stragi del ’93 che avevano colpito Roma, Milano e Firenze, allo scopo di forzare lo Stato a trattare con la mafia. Oggi lo stesso Stato ha finalmente assicurato alla giustizia quello che era ritenuto fra i più pericolosi ricercati in tutto il mondo, ma Cosa Nostra e le altre organizzazioni criminali presenti sul nostro territorio sono ben lontane dall’essere sconfitte, e una serie d’informazioni attorno alle circostanze dello stesso arresto gettano inquietanti interrogativi e zone d’ombra sulla vicenda. Prima, però, facciamo qualche passo indietro, per cercare di capire come il fenomeno mafioso si sia radicato così diffusamente sul territorio siciliano e come una serie di avvenimenti intercorsi tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta abbiano influenzato l’attuale lotta alla criminalità organizzata nell’isola. Per immaginare l’origine della mafia si potrebbe pensare a un villaggio situato nelle campagne meridionali di metà Ottocento, e a una giostra di personaggi che operano al suo interno: il proprietario terriero, i braccianti, il prete, il sindaco e degli scaltri figuri, detti gabellotti. Questi ultimi, organizzati in piccoli gruppi, sono gestori dei fondi agricoli alle dipendenze dei grandi latifondisti, interessati a reprimere le rivolte contadine e a mantenere un clima di terrore in modo da evitare nuove sollevazioni. Col tempo i capi dei gabellotti ottengono un potere stabile, pari o addirittura superiore a quello dei latifondisti, e possono al contempo concedere favori al popolo, venendo così acclamati e riconosciuti a discapito dell’autorità statale; i favori che concedono devono essere ricambiati, ad esempio attraverso esborsi periodici di una certa quantità di denaro (i cosiddetti pizzi), suggellando così un patto fondato sempre sull’oppressione e sulla fedeltà al capo, consolidato attraverso la violenza. E quando un privato cittadino o un uomo alle dipendenze dello Stato tenta di denunciare e scardinare questo potere, viene sistematicamente eliminato. La mafia siciliana, conosciuta anche come Cosa Nostra, resiste a ogni tentativo di sradicamento dal territorio, e a partire dal secondo dopoguerra non è più un’organizzazione al servizio dei centri di potere, ma diventa essa stessa un centro di potere, un vero e proprio “stato nello Stato”, con una struttura piramidale (a differenza di altre organizzazioni malavitose) composta da un boss che comanda i capi dei mandamenti. E quando le lotte interne finiscono per intensificarsi scoppiano guerre brutali, come quella che, a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, vede il clan dei Corleonesi, guidato dai feroci boss Totò Riina e Bernardo Provenzano, annientare le famiglie rivali di Palermo e prendere il controllo di Cosa Nostra. La violenza inedita che sconvolge la Sicilia e gli attentati al generale Dalla Chiesa e al politico La Torre scatenano un’inaspettata reazione da parte dello Stato, con l’approvazione nell’82 della legge Rognoni-La Torre, che denuncia il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso. I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino gettano poi le basi per il famoso maxiprocesso, che si apre il 10 febbraio 1986 e termina il 16 dicembre 1987 con una sentenza di primo grado che vede 346 condannati, per un totale di 2665 anni di reclusione: una grande vittoria per le istituzioni, ma con un epilogo terribile. Il 23 maggio 1992, all’altezza di Capaci, l’auto di Falcone che viaggiava lungo l’autostrada viene fatta saltare in aria con 500 chili di tritolo, uccidendo il giudice, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Solamente 57 giorni dopo, il collega Paolo Borsellino cade vittima di un’altra esplosione in via D’Amelio, mentre faceva visita alla madre. Le immagini fanno il giro del mondo e per la mafia e la magistratura impegnata a combatterla inizia una nuova fase, cominciata con l’introduzione del carcere ostativo, noto come 41-bis, che impedisce ai capimafia di esercitare il controllo sulle loro cosche anche durante la detenzione. È dunque in questo contesto che Matteo Messina Denaro, soprannominato U Siccu Diabolik, ha vissuto e operato negli anni precedenti alla latitanza; nato nel 1962 dalla famiglia che guidava la cosca del paese di Castelvetrano (il padre Francesco Messina Denaro è stato latitante per otto anni dal 1990 fino alla morte), ha abbandonato la scuola dopo la terza media, rimpiangendo in seguito tale scelta. Introdotto in giovane età negli affari della famiglia, dimostra subito di essere un mafioso spietato; fin dagli anni Ottanta i collaboratori di giustizia lo hanno sempre descritto come un giovane rampante, dotato di grandi capacità di leadership e pianificazione, glaciale nelle esecuzioni. La sua ferocia e la sua mancanza di scrupoli gli permettono di fare rapidamente carriera come capo del mandamento di Castelvetrano e diventare presto il pupillo del “capo dei capi” Totò Riina, assieme ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. A seguito dell’arresto di Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993, Messina Denaro e i Graviano pianificano una reazione violenta per destabilizzare il Paese. Il 27 maggio un’autobomba esplode a Firenze, in via dei Georgofili, vicino alla Torre dei Pulci e al Corridoio Vasariano, causando 5 morti, 48 feriti e ingenti danni al patrimonio artistico. Due mesi dopo Milano e Roma sono sconvolte da tre diverse esplosioni, temporalmente vicine, che uccidono altre 5 persone e ne feriscono 34. Per la prima volta attentati di matrice mafiosa e di vasta portata sono preparati fuori dal territorio siciliano, scatenando il panico e costringendo il Governo a intervenire con un invio massiccio di truppe nell’isola per smantellare il tessuto criminale presente.  Per Messina Denaro inizia così una lunga latitanza, che non gli impedisce tuttavia di coordinare le attività illegali all’interno di Cosa Nostra e di organizzare azioni efferate come il sequestro, avvenuto il 23 novembre 1993, di Giuseppe di Matteo, figlio dodicenne del pentito Santino di Matteo, per costringere il padre a ritrattare le sue dichiarazioni in merito alla strage di Capaci; dopo 779 giorni di prigionia, il ragazzo viene strangolato e sciolto nell’acido. Nel 2000, a seguito del processo “Omega”, Matteo Messina Denaro viene condannato all’ergastolo in contumacia, ma solo ora, a più di vent’anni dalla sentenza, il boss è stato condotto all’interno di un carcere di massima sicurezza a L’Aquila: come ha fatto un criminale di tale calibro a sfuggire a una cattura che è costata decenni di sforzi, trasformandosi in un vero e proprio fantasma? La risposta è forse individuabile studiando la rete capillare di affari, collaboratori del boss e uomini ai suoi ordini che per trent’anni gli hanno permesso di vivere indisturbato e in clandestinità. Una risorsa importante è stata sicuramente la grande liquidità di Messina Denaro, ottenuta grazia a un’accorata gestione delle risorse finanziarie e al riciclaggio di denaro proveniente dai traffici illeciti, prontamente investito in attività commerciali presenti in Sicilia e in Italia. Supermercati, sale da gioco, energia eolica, villaggi turistici. Negli ultimi anni Messina Denaro ha infatti contribuito a riformare alcuni metodi di Cosa Nostra, lasciandosi alle spalle le strategie del terrore, e accumulando il potere in maniera più subdola: a differenza di Riina e altri boss, non chiede un pizzo a liberi professionisti e imprenditori, ma fa affari con loro, assicurandosi una parte dei proventi dei loro guadagni come azionista e proteggendoli dalla concorrenza, permettendo loro di acquistare altre attività ed espandersi commercialmente. In questo modo ha dalla sua parte una vastissima rete di persone, i cui guadagni dipendono interamente dal “successo” economico della mafia, coinvolta, oltre che nel narcotraffico, anche in grossi affari internazionali e gare di appalti estremamente remunerativi.  Vi è poi sicuramente una protezione di tipo politico garantita da esponenti in affari con Cosa Nostra. Senza particolari protezioni certi avvenimenti risultano infatti inspiegabili: per quanto un ricercato possa essere sufficientemente scaltro e ricco da nascondersi per anni in un territorio che conosce bene, prima o poi la polizia è in grado di trovarlo. Tant’è vero che in questi anni si è stati spesso a un passo dalla cattura del super criminale, ma questi è sempre riuscito a sfuggire: qualcuno di informato lo avvisava all’ultimo momento? Le sue lettere indirizzate a un certo Svetonio (nonostante l’abbandono scolastico precoce ha sviluppato una passione per i classici greci e latini, nei suoi covi sono stati trovate opere filosofiche e biografie di personaggi come Hitler e Putin), pseudonimo di Antonio Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, farebbero pensare a possibili legami con logge deviate della massoneria (Vaccarino ne era infatti un esponente, anche se in seguito ha “tradito” il boss), mentre la figura di Antonio d’Alì, Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno dal 2001 al 2006, rampollo di una famiglia di banchieri che ha avuto rapporti strettissimi col clan Messina Denaro, e condannato a sei anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, rappresenterebbe forse un garante politico. Di sicuro U siccunon è solamente riuscito a rifugiarsi da un appartamento-bunker all’altro in Sicilia (i suoi ultimi nascondigli si trovano a Campobello di Mazara, nel trapanese), ma si è recato spesso in Svizzera e in Sud America praticamente indisturbato, viaggiando per affari e per “divertirsi” grazie a una semplice falsa identità. Poi una diagnosi che cambia tutto, e apre nuovi interrogativi sulle motivazioni dietro alla sua improvvisa cattura: il boss ha il morbo di Crohn e un grave tumore al colon, e sembrerebbe avere poche possibilità di sopravvivere a lungo. É per questo che l’uomo si era recato in clinica la mattina del suo arresto, permettendo ai carabinieri di individuarlo: ma è da un paio di anni che Messina Denaro ha lasciato dietro di sé tracce preziose, commettendo azioni apparentemente ingenue come selfie col personale medico e passeggiate all’aria aperta in pieno giorno senza camuffamenti. Inoltre ha deciso di curarsi a Palermo e non all’estero come aveva fatto il boss Provenzano, che si era recato a Marsiglia. Che un uomo come Messina Denaro perda improvvisamente ogni cautela senza un motivo è alquanto improbabile: il boss è stato tradito da un’eccessiva sicurezza, credendo di essere protetto più di quanto non lo fosse effettivamente, o ha forse accettato di farsi arrestare rinunciando a nascondersi? L’opinione pubblica è rimasta colpita dall’arroganza con la quale l’ex superlatitante ha dichiarato il suo nome subito dopo l’arresto, come se non volesse essere disturbato, o come se sapesse perfettamente di essersi fatto trovare. Messina Denaro è depositario dei segreti di Totò Riina legati alla trattativa Stato-mafia avvenuta durante gli anni delle stragi e al coinvolgimento di importanti personaggi all’interno di Cosa Nostra: tali segreti sarebbero stati contenuti nella villa del vecchio boss di Corleone, inspiegabilmente non perquisita dopo l’arresto: per molti esperti quei documenti potrebbero ora essere nelle mani di U Siccu, arrestato, per una strana coincidenza, esattamente trent’anni e un giorno dopo il suo “mentore”. E il mistero non fa che infittirsi: Luigi Bonaventura, ex reggente di una cosca della ‘Ndrangheta, ora collaboratore di giustizia, ha dichiarato che Messina Denaro era consapevole del suo arresto e che ciò che stanno scoprendo adesso gli inquirenti è “quello che lui voleva si sapesse”, mentre ha suscitato scalpore la “profezia” riguardante l’imminente cattura del boss, fatta a novembre da Salvatore Baiardo, ex prestanome dei fratelli Graviano e loro uomo di fiducia sul Lago d’Orta, il quale era a conoscenza della malattia del boss e aveva pronosticato una sua cattura a gennaio definendola “un regalino” e associandola a una trattativa per una possibile revisione del carcere ostativo, o 41-bis. L’8 marzo la Corte di Cassazione dovrà infatti decidere se mantenere il carcere ostativo o se procedere a una revisione di questa forma detentiva. In questo momento è di fondamentale importanza riflettere sulle possibili conseguenze che l’abrogazione di una tale misura potrebbe arrecare in merito alla lotta antimafia: bisogna infatti ricordare che al momento nelle carceri si trovano numerosi boss, condannati durante il maxiprocesso e negli anni Novanta, che vogliono uscire per riprendere il controllo del loro territorio, e nel giro di pochi decenni lo Stato potrebbe ritrovarsi a dover fronteggiare una nuova ondata di violenze e un impero economico fatalmente radicato nel tessuto locale. La mafia non è affatto sconfitta, anzi, si sta modernizzando per poter sopravvivere adattandosi alla contemporaneità: spetta quindi allo Stato proteggere i suoi cittadini e impedire alla mafia di vincere questa partita. Forse un giorno scopriremo perché Matteo Messina Denaro sia stato portato in carcere senza manette e perché la sua cattura sia avvenuta solamente dopo lungo tempo, come è accaduto con Riina e Provenzano, ma per il momento questa vicenda ci fornisce poche certezze: di sicuro c’è solo l’arresto.

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