Ecco qui disponibile la versione integrale dell’intervista all’archeologo che si è occupato del ritrovamento delle statue etrusche nel sito di San Casciano
Può raccontarci in tre parole l’oggetto della scoperta?
Questa scoperta ci riporta a una fase iniziale della storia del sito, un percorso affascinante e dalle origini molto antiche: lì infatti si trovavano una vasca sacra e un santuario di epoca etrusca, frequentato dal III secolo a.C. fino al III-IV secolo d.C., e queste sono le fasi che abbiamo documentato con lo scavo. Dal IV secolo in poi avviene una sorta di “distruzione controllata” del santuario: il luogo viene sigillato, la vasca sacra viene riempita con i materiali edilizi che costituivano il portico del santuario e questo viene abbandonato. Quando nel Cinquecento i Medici costituiscono il Granducato di Toscana, impiantano delle terme sul sito e al di sopra della vasca sacra viene eretto un muro: la base della struttura termale medicea. Attualmente sono visibili delle vasche, ancora utilizzate dai bagnanti, che ricalcano i vasconi dell’epoca. Per questo possiamo dire che il sito ha una straordinaria continuità storica, che va dall’epoca antica fino ai nostri giorni. L’acqua calda, che presenta evidenti proprietà terapeutiche, è stata scoperta dagli antichi, che proprio per questo hanno costruito un santuario così importante. A San Casciano ci sono una quarantina di sorgenti, sei delle quali hanno proprietà chimico-fisiche particolari. Quella del sito è la più potente, con un getto di 10-12 litri al secondo per una temperatura di 41°C.
Secondo le prime datazioni, le statue risalirebbero al II/I secolo a.C. Da che cosa lo avete capito?
Beh, come si fa a datare una statua? Innanzitutto c’è una questione di natura stilistica della statua stessa. Ci sono degli studi avanzatissimi sull’iconografia, ad esempio sugli ex-voto, che ci permettono di collocare nel tempo certi stili statuari, con grande precisione. Anche le iscrizioni, in alcuni casi apposte sulle statue stesse, possono facilitare questo processo, nel caso in qui si riesca ad identificare il tipo di grafia o il tipo di formula epigrafica iscritta sul reperto. Un aspetto fondamentale è il fatto che siamo a conoscenza del contesto e che quindi assieme alle statue sono associati altri oggetti che ci permettono, con datazioni incrociate, di risalire all’epoca in cui questi oggetti sono stati deposti all’interno della vasca. Per datare i materiali possiamo servirci anche delle metodologie chimiche, come ad esempio l’uso del radiocarbonio per datare i moltissimi resti botanici oppure organici che si conservatisi nel tempo. Le statue, in alcuni casi, presentano confronti strettissimi con altri modelli di statuaria etrusca di quest’epoca; si tratta infatti di produzioni che sono collocabili nell’ambito dell’area interna dell’Etruria. Quando parlo di area interna intendo l’area che da Chiusi va verso l’Umbria, da dove provengono diversi capolavori dell’arte etrusca del IV-III secolo a.C. In questo deposito votivo poi, ad un certo punto, non si offrono più statue, ma il metallo si trasmuta in moneta, lasciandoci fonti materiali per noi importantissime. Le monete, infatti, ci permettono di risalire all’anno preciso della donazione, riportando indicazioni iconografiche e riferimenti alle cariche politiche imperiali. Più andiamo avanti nel tempo e più abbiamo datazioni puntuali e precise su base quasi calendariale, basate sull’alternarsi di imperatori e consoli.
Spesso, pensando agli Etruschi, vengono in mente manufatti di terracotta, però queste statue sono di bronzo!
Questo è un preconcetto, perché gli Etruschi, a differenza delle dicerie, erano degli abilissimi metallurghi. In Etruria c’era una grandissima produzione di bronzi che parte dal IX secolo a.C. agli inizi della loro storia, fino al suo apogeo nel I secolo a.C. Nove secoli in cui l’arte statuaria etrusca si evolve, toccando picchi di grande qualità e tecnica. Essendo il bronzo un metallo che si presta alla rifusione, però, non ci sono arrivati molti reperti dell’arte statuaria, nemmeno per quanto riguarda Roma e l’Antica Grecia. Nonostante questo conosciamo molti capolavori dell’arte etrusca: come la famosa Statua dell’Arringatore, conservata al museo di Firenze, la Chimera di Arezzo, il Marte di Todi; tutte produzioni che raggiungono gli apici della bronzistica antica, dimostrando quanto in realtà il bronzo fosse frequente. Sappiamo, inoltre, attraverso numerose fonti che lo confermano, che già il mondo romano apprezzava moltissimo la statuaria etrusca: Orazio parla dei Tirrena Sicilla, piccoli bronzi etruschi molto di moda tra i collezionisti romani, mentre nella biblioteca di Augusto sono ricordate delle statue etrusche. Perché però questi San Casciano sono in bronzo? Al di là dell’aspetto tecnico, c’è una questione legata prettamente al tipo di offerta che veniva fatta in questi santuari. Vi è una grande spaccatura nell’Italia antica preromana, tra l’offerta votiva in terracotta e l’offerta votiva in bronzo, per esempio in Etruria settentrionale nei santuari accettavano solamente offerte in metallo; mentre in Etruria meridionale erano consentite soltanto quelle in terracotta.
Chi erano i frequentatori di questo santuario?
Noi studiamo la cultura materiale e quindi ci sono tanti aspetti dei riti che ci sfuggono, in quanto non lasciano alcuna traccia archeologica. Ciò che sappiamo è che l’élite ed i vertici della società etrusca, venivano al santuario di San Casciano per offrire dei doni votivi. Queste informazioni sono a noi note, perché le iscrizioni presenti sulle statue nominano membri dell’aristocrazia che già ci erano familiari: alcuni vengono da Perugia, da Chiusi, dalla zona di Siena, di cui noi conosciamo il gentilizio, il nome di famiglia. Nella maggioranza dei casi non abbiamo testimonianza di cosa potessero offrire i devoti appartenenti a diversi strati sociali. È qui, però, che il caso di San Casciano si distingue dagli altri: le particolari condizioni di conservazione hanno permesso di recuperare materiali, che spesso non si trovano in altri contesti, materiali deperibili e reperti organici. Abbiamo trovato delle pigne e dei rami di albero: le prime non provengono da San Casciano ma sono state portate e offerte all’interno di questo santuario, mentre i rami sono stati tagliati proprio in un momento specifico della crescita della pianta e intenzionalmente deposti nella vasca come offerta. Ma cos’è di preciso la vasca? Come vi ho detto, il santuario è costruito su una sorgente captata all’interno di una grande vasca di blocchi di travertino, la pietra locale. Immaginate una piscina di forma ovoidale, di cui noi abbiamo scavato soltanto una metà, e dal cui fondo sta emergendo un’altra vasca. La prima, profonda cinque o sei metri, risale al III secolo a.C. ed è dove si trovano le statue, mentre la seconda è di Età Augustea/Giulio-Claudia. ed è istallata sopra di essa. La vasca, all’epoca riempita con dell’acqua che arrivava fino a 40°C, era dunque il centro del santuario.
Conosciamo il nome di questo antico luogo curativo?
Iscrizioni sia in latino che in etrusco fanno riferimento al nome della fonte o perlomeno a come la percepivano gli antichi. In latino si legge infatti fonti calidae, ovvero acque calde; mentre nelle iscrizioni etrusche viene nominata la divinità che doveva tutelare questa fonte: Fleres. Essa ha un nome particolare, di cui gli studiosi di epigrafia stanno cercando di capire l’origine, probabilmente legata sempre alla presenza dell’acqua calda o al culto che ruotava intorno a questa fonte.
Sulle statue sono state rinvenute iscrizioni in latino ed etrusco: una nuova Stele di Rosetta? Sarà possibile trovare riferimenti espliciti a un’ipotetica letteratura etrusca?
Devo smentire subito: non si tratta della Stele di Rosetta etrusca, perché le iscrizioni non sono bilingui, ovvero non traducono la stessa frase in etrusco e in latino, ma semplicemente iscrizioni apposte su monumenti diversi e con testi differenti. Il grande problema della lingua etrusca è che ne conosciamo perfettamente la scrittura, ma non la lingua in sé, non essendo in possesso della letteratura di questo popolo. Immaginiamo per un attimo che tra duemila anni la lingua italiana venga dimenticata: se i testi non venissero tramandati, gli archeologi e i linguisti del futuro dovrebbero studiare l’italiano dai nostri cimiteri, dove si trovano solo iscrizioni che riportano per lo più nomi propri. Questo è esattamente quello che è successo con gli Etruschi.
San Casciano si trova in una zona ricca di fonti termali: sarà possibile rinvenire altri santuari di questo tipo nella zona?
Li conosciamo già. Come dicevo prima, San Casciano è inserito in un bacino idrotermale ad altissima potenza geotermica, dove la concentrazione di questo tipo di fonti è la più alta d’Europa. Non lontano, a Chianciano Terme, sono stati rinvenuti altri santuari: come il santuario di Sillene, che ha restituito altri bronzi. Pensate che gli antichi avevano capito che ogni acqua termale ha un potere diverso, che permette di lenire il dolore di parti differenti del corpo, per cui tributavano dei culti diversi in base al tipo di acqua. Quasi in ogni sorgente ci sono antichi luoghi di culto, in alcuni casi addirittura risalenti all’epoca preistorica. Quelli del Monte Cetona, per esempio, risalgono all’Età del Bronzo, intorno al 2.000 a.C.L’importanza degli ex-voto suggerisce un timore profondo della morte e una certa familiarità con le malattie. La commistione tra medicina e religione era tipica delle civiltà antiche. Può raccontarci questo aspetto in relazione a romani ed etruschi? L’invocazione della salute è un aspetto che ha sempre toccato la sensibilità umana. Evidentemente, nel mondo etrusco e romano, c’era una conoscenza medica ed empirica delle proprietà delle fonti termali molto superiore a quello che potremmo pensare. Inoltre, da questo santuario, non provengono solo raffigurazioni di parti del corpo, come mani o piedi, che dovevano segnalare una grazia ricevuta; ma anche strumenti medici, come quello che sembra un bisturi. É stato anche rinvenuto uno straordinario ex-voto poliviscerale di un valore straordinario, soprattutto per lo studio della conoscenza medica dell’epoca. Si tratta di una placca di bronzo con una rappresentazione delle viscere, una sorta di manuale anatomico che riproduce fedelmente organi come il fegato, il cuore, e l’intestino. É una scoperta che aprirà degli scenari inaspettati e permetterà di approfondire molto questo tema. Sono stati ritrovati altri reperti oltre alle statue?Diciamo che il periodo di attività del santuario dal III secolo a.C. al III secolo d.C. ci mostra come cambia il regime delle offerte. All’inizio queste sono costituite da piccoli Offerenti in bronzo, ossia raffigurazioni di devoti in atto di offerta, poi bronzetti anatomici che testimoniano richieste d’aiuto per guarire da specifiche malattie e lenire i dolori di parti del corpo. Abbiamo trovato anche statue di notevole grandezza interamente in metallo, che ci costringono a considerare il grande valore economico che avevano. Se si misurano le statue, si vede poi che presentano moduli fissi, e si nota un certo ordine nelle misure che corrisponde al sistema di misurazione romano. Intorno al I secolo d.C. si passa, come già accennato, all’offerta di monete. Abbiamo trovato 6.000 monete perfettamente conservate: si tratta sicuramente di uno dei più grandi depositi monetari romani. Inoltre i numismatici ci hanno detto che molte di queste monete sono fresche di conio e dalla cassa imperiale di Roma sono state portate direttamente nel santuario. Immaginate quindi la potenza attrattiva di questo sito. E l’abbandono del sito non ha influenzato la qualità dei reperti? No, anzi, le statue si sono conservate proprio grazie alla messa a dimora del santuario: le grandi colonne del portico sono state poste all’interno della vasca, e il santuario è stato per lo più dimenticato fino all’Età Medicea. È difficile da spiegare, ma in un certo senso gli archeologi beneficiano delle disgrazie degli antichi. Se avete presente Pompei sapete bene come un’immane tragedia dal punto di vista umano, si sia trasformata in una fortuna per gli archeologi, che hanno potuto osservare un incredibile spaccato di vita cristallizzato sotto la cenere. Come avete individuato il sito? I Medici, quando nel Cinquecento costruiscono le loro terme esattamente al di sopra della vasca di Età Romana, ergono un grande muro, che ha una sua fondazione molto profonda, al disopra del quale installano le loro vasche. Durante questa operazione, trovano in parte quello che c’era al di sotto e, tra i vari oggetti che prelevano, vi è un altare. Quindi, nel Cinquecento, fu trovato un altare con delle iscrizioni che riportavano una dedica ad Apollo. Gli indizi che ci hanno permesso di sapere che in quel luogo era stato effettivamente fatto un rinvenimento sono fondamentalmente tre: il primo fu appunto l’altare con l’iscrizione, il secondo il fatto che attraverso il fondale di quei vasconi, ora utilizzati dai bagnanti, si vedessero delle strutture più antiche, ed il terzo la presenza dell’acqua calda. Da lì si è deciso di iniziare a fare delle prospezioni geofisiche, utilizzando delle strumentazioni e delle apparecchiature che permettono di scansionare il terreno e di vedere se al di sotto si trovano delle strutture. In questo modo, una volta individuato il sito, sono iniziati gli scavi. Puoi raccontarci brevemente come si è svolto lo scavo a livello tecnico? Allora questo è un contesto tanto straordinario, quanto complesso. È veramente fuori dall’ordinario, in tutti i sensi. Al di là della straordinarietà della scoperta, c’è anche la difficoltà stessa dello scavo. Si tratta di un sito in continua attività: l’acqua sgorga ancora e noi scaviamo in una vasca che ha una profondità, attualmente, di 5 metri, ma che scenderà ancora di non si sa di quanto, in cui l’acqua ancora penetra a grandissima intensità. Quindi, mentre noi scaviamo e spaliamo il fango, abbiamo delle pompe idrovore che pescano costantemente l’acqua. Ogni tanto una di queste pompe si inceppa e noi siamo costretti a fermarci perché, in pochissimi minuti, la vasca si riempie d’acqua. È una forza della natura inarrestabile, che è veramente difficile da regimare. Il fatto della risalita dell’acqua costante aveva creato problemi anche agli antichi: le strutture murarie intorno alla vasca, per esempio, mostrano dei segni di cedimento e dei restauri. Gli Etruschi cercavano di tenere in piedi questo edificio in modo perpetuo, fondato su terreni molto scivolosi, su delle argille, che si muovevano costantemente. Quindi, immaginatevi la difficoltà e anche la grande spesa economica che c’era dietro a questa struttura: dalla regimazione dell’acqua, fino al mantenimento delle strutture stesse, che collassavano costantemente. Quindi la difficoltà la provavano gli antichi, come la proviamo noi.” Il vostro team di lavoro: quanti siete? Come avete lavorato insieme? Avete avuto appoggio dalle Istituzioni? E la cittadinanza vi ha supportato? Come coordinerà ora i lavori, anche alla luce della visibilità mediatica raggiunta dagli scavi? Si tratta di un team molto esteso, alla cui base ci sono giovani ricercatori e studenti provenienti da diverse università e Paesi del mondo, rendendo gli scavi anche un’occasione di incontro e di condivisione di approcci metodologici diversi. Il vertice dell’organizzazione degli scavi è costituito da tre principali enti, in particolare dal Comune di San Casciano, grazie al quale, nel corso di quindici anni, abbiamo potuto investire su questo tipo di ricerche. La direzione scientifica è quella di Jacopo Tabolli, professore dell’Università per gli Stranieri di Siena, mentre la Sovrintendenza, l’organo proposto dallo Stato alla tutela del sito, è rappresentata da Ada Salvi. Inoltre, anche il rapporto con la cittadinanza è fondamentale, nonostante spesso venga sottovalutato. Gli scavi sono un’esperienza umana straordinaria, perché oltre alle scoperte si creano sinergie coi volontari, che mettono in moto una serie di attività collaterali allo scavo, sono proprio loro, infatti, che si occupano delle visite guidate al sito. Durante questi scavi c’è stata una grandissima diffusione di informazioni, contrariamente a quanto avviene di solito. É una ricerca che si evolve negli anni restituendone gli esiti alla comunità, rendendo ben spesi i soldi pubblici usati per finanziare i lavori. Lo scavo è un’operazione complicatissima, che deve essere svolta da professionisti pagati: non è ammissibile che l’archeologo sia un lavoro volontaristico, perché l’archeologia ha una sua metodologia, al pari di altre professioni scientifiche. Lo scavo distrugge la stratigrafia e gli oggetti, quando vengono prelevati, rischiano di perdere parte del loro contesto nel caso in cui non vengano registrati accuratamente. L’archeologia si avvale anche delle scienze applicate, per cui l’archeologo sviluppa tutta una serie di specializzazioni, come lo studio di reperti ossei di umani e animali. Com’è nata la sua passione per l’archeologia? Che cosa vorrebbe scoprire di nuovo della cultura latina o etrusca? Com’è nata? Io sono nato con questa idea, ho sempre avuto questa passione, l’ho coltivata sin da piccolo e ho, sempre con tanta costanza, portato avanti questo sogno. Oggi devo dire che n’è valsa la pena, perché arrivare a trent’anni ad aver fatto quest’esperienza, è veramente incredibile. Io ora lavoro nel campo della ricerca, quindi sto riuscendo a proseguire un percorso che, in Italia, è molto complesso a livello accademico. Ci sono tantissimi archeologi talentuosi, bravissimi, che purtroppo non riescono a raggiungere i livelli che vorrebbero, venendo costretti a fare altro nella vita. Questa è una grave perdita di capitale umano, di esperienze, di formazione che tanti studiosi riescono ad acquisire, ma che viene vanificata dalla mancanza di condizioni lavorative idonee. Bisogna avere tanta costanza e se si ha una passione è necessario portarla avanti, nell’archeologia come in tutte le cose. Cosa vorrei scoprire? La cosa più eccezionale che potrebbe uscire fuori da questo scavo è un testo bilingue, magari una tabula di bronzo scritta in etrusco ed in latino, con un lunghissimo testo in cui è riportato un calendario rituale che ci permetta di incominciare a parlare effettivamente di letteratura. Se ci fosse un testo di questo tipo sarebbe incredibile. Questo ritrovamento permetterà di far luce sui grandi mutamenti avvenuti in Etruria in età tardo-repubblicana. I frequentatori di questo santuario ci mandano un messaggio di inclusione, o si tratta di qualcos’altro? Il nostro direttore Jacopo ha sottolineato la componente multietnica del santuario: mentre fuori si combattono conflitti come la guerra sociale, all’interno del santuario Etruschi e Romani si ritrovano insieme per pregare. Il processo di romanizzazione è un fenomeno molto più complesso di quello che sapevamo fino ad ora, perché è un processo culturale, e una cultura ha una sua evoluzione fluida. Quando i Romani entrano a contatto con la cultura etrusca, cambiano loro stessi. Lungo una frontiera i popoli si incontrano e si influenzano a vicenda, magari condividendo un luogo comune, come questo santuario, dove l’acqua calda mette tutti d’accordo. Tra il IV e il II secolo a.C. Roma si espande in Italia, e la sua espansione è spesso violenta. La città etrusca di Veio viene distrutta nel 396 a.C., e Volsinii, l’odierna Orvieto, viene letteralmente rasa al suolo, i suoi abitanti sono deportati per fondare una nuova città. A Orvieto si trovava il santuario nel quale si riunivano i capi della Dodecapoli, dal quale i Romani avevano prelevato 2.000 statue di bronzo. La città di Chiusi, invece, vive un processo di assimilazione costante: a partire dall’elevazione a municipium nel 90 a.C. molte famiglie romane arrivano in città e si imparentano con famiglie etrusche. Vediamo così iscrizioni funerarie con i nomi dei personaggi scritti in latino ed etrusco; si tratta quindi di un processo di osmosi. Pensate che gli Etruschi, definiti “il più religioso dei popoli”, hanno dato ai Romani sin dalle loro origini una lunga serie di conoscenze religiose, mantiche e tecniche: la casta sacerdotale degli aruspici, regolarmente consultati dagli imperatori romani, aveva continuato a comunicare in etrusco fino al I secolo d.C., ma i testi letterari non tramandati hanno portato alla diaspora di una cultura. Il fatto che si sia abbandonata la scrittura etrusca potrebbe essere considerato con una sorta di damnatio memoriae? In realtà nella lingua italiana ci sono molte parole, come la parola “satellite” o la parola “mondo”, che sono prestiti della lingua etrusca a quella latina, ma non solo, si tratta anche di nomi di persona: “Tania”, per esempio, è un nome diffusissimo nel mondo etrusco. L’imperatore Claudio è stato il primo etruscologo della storia, fondamentalmente perché era un imperatore che si dilettava in studi sugli Etruschi e aveva scritto una grandissima opera, chiamata Tyrrhenikà, in cui aveva raccolto tutti i suoi ritrovamenti. Purtroppo questa grande silloge di fonti storiche non ci è stata tramandata e l’abbiamo persa completamente. Sicuramente la storia la scrivono i vincitori, ma più che damnatio memoriae, penso sia stato un discorso di declino di una lingua e di una cultura che è mutata e si è amalgamata con il tessuto culturale latino. I Romani, quando crearono l’impero, erano in contatto con decine di popoli diversi, e loro stessi diventarono meticci e si mescolarono con culture diverse, per cui è difficile distinguere in maniera quasi genealogica i caratteri distintivi di una cultura; si tratta, dunque, di assorbimento. Nel santuario sono state ritrovate delle statue ex-voto di neonati in fasce e di bambini con la loro bulla al collo, noi che cosa sappiamo dei bambini etruschi?Sappiamo che c’era un altissimo tasso di mortalità infantile, trend tipico di tutte le società preindustriali. Proprio per questo, in queste società, il tema della preservazione della natalità era importante, poiché da una prole robusta dipendeva la trasmissione dell’eredità e l’efficienza nel lavoro dei campi. C’era, dunque, una grandissima attenzione nei confronti delle nascite e si investiva nella prole, creando tombe pregiate e ricche di complesse connotazioni simboliche. Spesso nelle tombe di epoche più antiche si ritrovano bambini deposti con corredi ricchissimi o con attributi che contraddistinguevano il ruolo di guerriero o di tessitrice, per esempio, come se fossero stati già degli adulti. Alcune statue, però, sono di dimensioni ragguardevoli e hanno un viso che non ha propriamente i caratteri di un neonato. Da ciò si può ipotizzare che non tutte quelle statue fossero legate alle nascite: alcune probabilmente simboleggiavano una rinascita spirituale del devoto. Ci sono poi statue di bambini con la bulla, la quale era uno dei segni distintivi dell’infanzia nel mondo latino-etrusco, che si abbandonava al terzo anno di età per indossare la toga praetexta, la quale indicava l’ingresso nell’età adolescenziale. Per il resto, l’infanzia etrusca non è un mondo ben esplorato e tutto quello che sappiamo riguardo a questo argomento è ciò che possiamo ricavare dalle tombe e quindi dalla morte. Mentre lei parlava mi è venuto in mente anche Tages, il fanciullo divino dei Tarquini. Esatto, Tages era detto prodigium e il mito a lui legato ricorda molto il Cristo del Cristianesimo, poiché la religione etrusca, come quella Cristiana, era una religione rivelata. Si tramanda, infatti, che ci fosse una sorta di “Messia” che sarebbe appunto Tages. Egli, in uno dei miti fondativi dell’ethnosetrusco, compare nella zona di terra in cui Tarconte, eroe etrusco, fonda l’omonima città di Tarquinia. Lì questo bambino prodigioso, che parla come se fosse un adulto, rivela agli Etruschi tutti i segreti delle arti divinatorie, alla base della religione etrusca. Dunque, avete scoperto i nomi di personaggi quali Tagete/Tages e Tarconte da altre fonti, presumo scritti latini, giusto? Sì, sono le fonti latine che ci parlano di questi aspetti del mondo etrusco: infatti, è sopravvissuto di questa civiltà solo ciò che possiamo leggere dagli scritti latini e greci. Ad esempio, Dionigi d’Alicarnasso scrive spesso dei popoli italici ed anche Erodoto ci parla della famosa e discussa questione delle origini degli Etruschi. Anche quest’ultimo tema è veramente contorto e sarebbe troppo ampio da aprire adesso. Tuttavia, si può dire che l’ignota origine degli Etruschi è di per sé un falso problema, poiché è ritenuto tale semplicemente per l’impostazione che viene data a questa questione. Gli antichi, come noi oggi, concepivano i popoli come delle strutture che nascono e muoiono, seguendo una precisa evoluzione; pertanto, per loro gli Etruschi dovevano essere un popolo estraneo, venuto dall’Oriente o dal Nord Italia, sia perché non si riconoscevano in loro, sia perché si doveva identificare l’Etrusco come qualcuno di “diverso”, per la necessità di attribuire sempre un’identità propria a chi si aveva di fronte. Tuttavia, questa è solo una visione parziale delle popolazioni antiche: infatti, il compito degli storici e degli scienziati non è solo quello di studiare i popoli nella loro unità, ma anche di analizzare come l’antico si rapportava con l’altro, capendo così le strutture culturali con cui costoro determinavano l’identità. In tal modo, non si rendono l’identità e l’origine di un popolo dei valori assoluti e sacralizzati, ma li si studia per capirli a livello storico. Ci potresti dare qualche nome gentilizio etrusco affascinante che è stato trovato? C’è l’imbarazzo della scelta! L’area di Chiusi è il territorio etrusco che ha restituito il maggior numero di iscrizioni onomastiche: in percentuale supera di gran lunga quella delle altre città, considerando che soltanto della fase di cui ho parlato, III-II secolo a.C., ci sono più di 3000 iscrizioni etrusche, di cui, la maggior parte, sono nomi di persone. Pensate che questo numero è superiore anche alle iscrizioni latine che conosciamo nella Roma dello stesso periodo e la stessa cosa vale anche per Atene. Immaginate quanto scrivevano in questo territorio, in questa particolare città dell’Etruria, che era una città a tutti gli effetti. L’onomastica è una cosa interessantissima. Attraverso lo studio delle iscrizioni e con test e analisi, ci permette, infatti, di ricostruire le storie delle famiglie. Ma come funzionava l’onomastica antica? Nel III secolo, l’onomastica si componeva di tre elementi: il praenomen, che era il nome individuale della persona, come Francesco, Lorenzo e così via, il nomen, che era gentilizio, il nome della famiglia, e infine il cognomen, che era un nome aggiunto che poteva essere un gamonimico, un matronimico o un patronimico. Questo perché ad un certo punto, quando ci fu questa espansione geografica incredibile, nell’aristocrazia si rese necessario distinguere i vari rami delle famiglie. Furono, quindi, aggiunti questi nomi, per individuare e collocare in maniera precisa gli individui, all’interno della genealogia. Molti dei nomi che possiamo ritenere particolari, in etrusco, hanno origine latina, e l’inserimento nel tessuto locale di membri di provenienza straniera. Una curiosità, invece, può essere che a Chiusi abbiamo un’iscrizione che menziona il nome etrusco dell’aruspice: Nezvish, che compare su un’urna funeraria. Inoltre, un’altra cosa singolare che non tutti sanno è che sono gli Etruschi ad inventare i cognomi: nel mondo latino e nel mondo greco non esisteva, prima dell’onomastica etrusca, un elemento che indicasse la famiglia. Si ha spesso l’impressione che degli Etruschi si sappia poco e che si possa studiare poco. Perché, secondo lei, è presente una tale semplificazione della storia etrusca e del mondo etrusco, anche in ambito scolastico? È qualcosa che parte dall’antichità. La visione che ci è data dagli storici greci e latini è quella di un popolo che era diverso da tutti gli altri. Da quel momento, quindi, passando poi attraverso il rinascimento e la cultura moderna, nell’immaginario collettivo si è trasmesso un senso di mistero, di estraneità del popolo etrusco. È chiaro, quindi, che l’Etrusco veniva percepito, anche a livello estetico, come diverso dagli altri, e questo ha sicuramente alimentato un certo dogmatismo rispetto al mistero della cultura etrusca. C’è poi la questione della lingua, che non si conosceva ed era misteriosa. Questo mistero, tuttavia, deriva semplicemente dal fatto che non siamo a conoscenza della lingua, né abbiamo testi che ci permettano di capirla. Tuttora c’è una letteratura pseudoscientifica che non fa altro che favorire questa visione distorta del mondo etrusco, che non avrebbe neanche senso ai tempi d’oggi, dal momento che esiste una disciplina ben connotata che si chiama etruscologia. L’etruscologia da cento anni ormai studia questo particolare settore delle civiltà italiche del mondo antico ed è arrivata ad un livello di studio e ad un avanzamento per cui il mistero non esiste più, se non nell’immaginario collettivo. Dunque, il compito degli studiosi è anche quello di smentire e cercare di avere una visione più scientifica di una realtà che è molto più conosciuta di quanto crediamo. Come si può sfatare questo mito a livello globale? Sicuramente uno degli aspetti è quello di rendere le comunità partecipi di questi avvenimenti. Si è creata, da un certo momento in poi, nella ricerca, una qualche distanza tra il mondo accademico e quello dei non addetti ai lavori. I due mondi, ad un certo punto, hanno preso percorsi diversi: da una parte gli appassionati, che lo facevano per diletto, dall’altra gli scienziati, che si chiudevano nei loro castelli. A cosa serve l’archeologia? Diceva un grandissimo storico dell’arte, l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli: “Se l’archeologia non ha una ricaduta sociale sul presente, è solamente un gioco erudito, un divertimento che serve a pochi.” Dovrebbe, invece, essere utile alla società, più che per dare delle risposte, per formulare dei quesiti e per capire qualcosa di noi stessi. In questo modo, riconosciamo il valore delle cose. Inoltre, capendo noi stessi, ciò che è diverso non ci appare poi così diverso, e neanche così misterioso, poiché ci rendiamo conto che è il nostro passato. Ritroviamo allora, senza saperlo, molti di quegli elementi nella nostra cultura. Tra il presente e il passato troviamo delle connessioni, che ci permettono di capire che noi nel presente siamo quelli che un tempo erano loro, riappropriandoci del nostro passato. Cosa sappiamo del teatro etrusco e della sua diffusione? Chi è il personaggio di Phersu? Quando nella Roma repubblicana iniziarono a essere istituiti dei ludi scenici, si chiamavano degli attori che venivano dall’Etruria. I Romani non ammettevano questa affinità con gli Etruschi, ma quando avevano bisogno chiedevano spesso consiglio a loro riguardo arte e religione. Il teatro nasce da questo mondo italico, in cui si celebravano dei riti antichissimi, e il cosiddetto Phersu è una delle maschere. Ci sono delle attestazioni epigrafiche riguardo a questo personaggio, ma non si è sicuri di che tipo di maschera si trattasse, se fosse un personaggio come Pulcinella o qualcosa di completamente differente. Phersu è una parola etrusca da cui deriva la parola latina maschera ed era un personaggio con una barba posticcia, come si vede nei funerali di Tarquinio, e un copricapo. Veniva rappresentato mentre assisteva a una scena ricorrente molto macabra, in cui dei personaggi incappucciati venivano costretti a lottare con dei cani inferociti. Probabilmente l’immagine designava delle lotte gladiatorie, dei riti che si dovevano officiare in particolari cerimonie funebri. Conosciamo la cultura etrusca principalmente attraverso il suo rapporto con la morte: ritroviamo anche una tendenza al macabro? Questa visione dipende anche da quello che ci è stato tramandato dalle fonti, è possibile che sia più che altro un retaggio della versione storica data dai Latini e dai Greci rispetto agli Etruschi. Loro in realtà erano un popolo piuttosto vitale, attaccatissimo alla vita. I Romani erano molto invidiosi di questa cosa. Abbiamo, ad esempio, un passo di un autore latino che parla dei banchetti degli Etruschi, che dimostra quanto tutti fossero scandalizzati dal fatto che al banchetto etrusco fossero ammesse anche le donne, consorti e prostitute, cosa che invece era inammissibile a Roma o in Grecia. Per quanto riguarda questo aspetto della cultura Etrusca siamo molto limitati dall’ avere solamente una visione parziale della realtà, dovuta al fatto che la maggior parte di ciò che sappiamo ci è arrivata attraverso fonti terze, spesso anche di parte. Nelle pitture funerarie, nelle fonti iconografiche, che sono fonti dirette, gli Etruschi infatti rappresentano sé stessi in momenti di convivialità, di felicità e allegrezza. Vedendo queste tombe sembrerebbe che loro siano il popolo che ha sconfitto la morte. Dimostrano un grande senso di gioia legato alla vita e alla rinascita: ci sono scene di accoppiamenti, scene legate alla caccia, scene di qualunque tipo di attività umana legata alla vita. Quindi è più questo il mondo etrusco, che non quello delle tenebre. Consideriamo anche che noi conosciamo questa civiltà per la maggior parte attraverso le testimonianze funerarie, che ci danno una visione ideologizzata della vita legata ad un aspetto specifico di questa, quello della morte. Fondamentalmente la tomba è un atto sociale, in cui l’ideologia prevale sulla condizione effettiva dell’individuo, sociale ed economica. Le tombe non ci fanno studiare, dunque, l’economia della società ma la sua ideologia. Ma allora come si spiega il personaggio, se così possiamo dire, di Charun, che ad un certo punto fa irruzione nell’iconografia? Ne possiamo parlare a partire dalla Tomba della Quadriga Infernale di Sarteano, che risale al IV secolo a.C ed è stata scoperta nel 2003. Questa tomba è forse il ritrovamento più incredibile dopo San Casciano e raffigura come gli Etruschi rappresentavano l’aldilà nel IV secolo a.C. È un mondo effettivamente un po’ tenebroso perché, all’ingresso della porta di questa tomba, ci si trova di fronte ad una gigantografia di Charun, cioè il “Caronte” che sta uscendo simbolicamente dalla tomba, percorrendo in senso inverso il corridoio di accesso. È raffigurato proprio sulla parete sinistra con una quadriga infernale, composta da grifoni e da mostri. In questo momento Charun può essere forse collegato anche ad una visione un po’ pessimistica che avevano gli Etruschi nei confronti del futuro. Perché, ad un certo punto della loro storia, è come se gli Etruschi avessero avuto la percezione di trovarsi in una fase di declino. Basti inoltre pensare che, e questo ce lo dicono le fonti latine, gli Etruschi avevano calcolato, nei loro ragionamenti legati alla predizione del futuro, la durata del loro popolo in nove secula, cioè nove secoli. Queste figure minacciose, questi mostri che popolavano l’aldilà, che altro non erano che i traghettatori delle anime nell’oltretomba, iniziano a comparire proprio con l’arrivo della romanizzazione ed il declino della civiltà. Cosa conosciamo della musica etrusca? Conosciamo moltissimo della musica etrusca. Un altro primato nel panorama iconografico della scultura etrusca dell’area di Chiusi è proprio il maggior numero di attestazioni di musicisti. Si tratta soprattutto di suonatori di strumenti a fiato: cetra, flauto e doppio flauto, aulòs. Grazie al lavoro di studiosi e musicologi abbiamo riproduzioni fedelissime di questi strumenti, che sono stati rinvenuti all’interno di varie tombe. Su YouTube, ad esempio, trovate i video di Francesco Landucci che suona alcune di queste riproduzioni: ascoltare la loro musica aiuta a capire come fossero ambientante le raffigurazioni etrusche, ad esempio i banchetti, in assenza di tutto l’apparato scenografico, con un suono anche molto credibile. Da queste raffigurazioni si capisce in quali contesti veniva utilizzata la musica e che scopi aveva? Gli Etruschi suonavano in ogni occasione. Fonti antiche addirittura attestano che frustassero gli schiavi a suon di musica. C’è in una tomba, ad esempio, una pittura che raffigura alcuni schiavi intenti a cucinare e, dietro di loro, altri che suonano: la musica accompagnava quindi ogni momento della vita etrusca. È la stessa tomba dove c’è quello schiavo che prepara la farina ed è un abbozzo di tridimensionalità?Esatto. Come sappiamo la quadriga è costruita a livello prospettico e ricorda, ad esempio, la tomba macedone di Persefone a Verghina, in cui c’è la raffigurazione di questo carro che ha quasi una visione prospettica. Il carro di Ade.Esatto, infatti è ispirata alla pittura macedone. Però si vedono anche delle greche, dei motivi orientali. Sì, anche nelle epoche più antiche, per esempio nel VII secolo a.C., epoca cosiddetta orientalizzante dal punto di vista storico-artistico, ci sono tantissimi stilemi iconografici che vengono presi dalla cultura orientale dei dinasti. Poiché a un certo punto questi principi etruschi si rappresentano come dei dinasti orientali e utilizzano quell’apparato di potere: il fasto, l’iconografia legata a quel tipo di cerimoniosità propria dell’oriente. Questo è uno degli aspetti che ha fatto credere agli storici, sia dell’antichità che più moderni, che gli etruschi venissero dall’oriente. La città di Chiusi presenta musei relativi alla storia del suo territorio? A Chiusi si trova il Museo Nazionale Etrusco, che ha centocinquant’anni e racchiude le collezioni storiche della città, costituite dai ritrovamenti a partire dall’Ottocento, e che dà una visione della cultura materiale dall’inizio della storia di Chiusi fino alla sua fine. C’è poi un Museo Civico che ospita un percorso allestito con dei cunicoli. La città è infatti famosa per la storia del Labirinto di Porsenna, costituito da tunnel sotterranei. Inoltre contiene una sezione epigrafica con la più grande raccolta di iscrizioni etrusche esistente. Infine abbiamo il percorso nei sotterranei, ossia il sistema di conduttura idrica della città antica, di origine etrusca, ma poi utilizzato anche in epoca romana.






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