Bombe e bambole ci riportano in sala, ma il cinema italiano non cavalca l’onda

A chi, nel corso di quest’estate, non è mai capitato di aprire con fare disinteressato la home di Instagram per poi ritrovarsi sotto al naso un’immagine di Barbie e Oppenheimer che si stringono la mano sullo sfondo di uno dei più famosi album dei Pink Floyd? Scorrendo poi nella descrizione, ci si sarà accorti di un hashtag nato dalla crasi dei due fenomeni cinematografici più importanti dell’estate – e, forse, dell’anno – Barbenheimer.  I due film infatti hanno scatenato un’ondata mediatica di meme e hype dovuta alla loro uscita coincidente nelle sale, almeno nella maggior parte dei Paesi. Una strategia di marketing, questa, mirata inizialmente a provocare una guerra d’incassi tra i due film, ma che è invece sfociata in una grottesca e ironica fusione di essi. Rosa shock, paillettes e capelli ossigenati in contrasto con le tonalità più scure e drammatiche del padre della bomba atomica. La comicità di questo fenomeno sta proprio nella dicotomia tra le due pellicole, che si trovano agli antipodi. Una la nemesi dell’altra, hanno invece contribuito reciprocamente alla propria diffusione, nonché ai propri risultati al botteghino. Il connubio tra i due film ha infatti provocato incassi che hanno di gran lunga superato ogni aspettativa: Barbie, con il suo miliardo e mezzo di dollari, si è posizionato al primo posto nella storia degli incassi di Warner Bros; Oppenheimer, sfiorando il miliardo globale, si è classificato al box office tra i più grandi successi di Nolan, secondo solamente alla trilogia del Cavaliere Oscuro.    

In un periodo post-pandemico come quello che stiamo vivendo, un fenomeno di questo tipo non è assolutamente da sottovalutare: l’identità stessa della visione in sala, che già andava scemando prima dell’emergenza covid, soffre da tempo per molteplici ragioni, tra le quali la principale è un mercato inerte che altro non fa se non riversare gran parte del suo prodotto sulle piattaforme streaming – le stesse che ci sottraggono, con crescente prepotenza, dalla visione al cinema. 

Barbenheimer è tuttavia un fenomeno che, volenti o nolenti, non abbiamo vissuto: in Italia si è infatti deciso di distribuire le due pellicole a un mese di distanza l’una dall’altra. Così, mentre i media ci propinavano consigli e pareri su quale film vedere per primo, a noi è spettata l’attesa, poiché si era deciso che, nel pieno dell’estate, gli italiani non sarebbero andati al cinema. Eppure, quella che sembrava una strategia fallimentare volta ad esasperare i cinefili del Belpaese, si è forse rivelata la più onesta nei confronti delle due pellicole. Pur soggetti al fervore dei media, sgonfiatosi poco dopo l’uscita coincidente dei due film, gli spettatori non si sono fatti influenzare, e a fine agosto le file nelle biglietterie si sono ripresentate. 

C’è da chiedersi però se si possa davvero parlare di un ritorno nelle sale: il mercato cinematografico italiano si sta dimostrando molto più propenso a promuovere film stranieri, come abbiamo potuto notare dalla distribuzione mal gestita di film italiani durante quest’estate. Non si può dire che questa strategia non abbia provocato un’oggettiva regressione di qualità delle pellicole nostrane: la tradizione cinematografica italiana, che vanta capolavori immortali, sembra aver rinunciato al suo prestigio ormai da tempo. Seppur recentemente ci siano stati tentativi assai validi che ci hanno forse indotto a presumere un ritorno in pista, è innegabile che le nostre pellicole non attraggono più – e, ammettiamolo, non senza ragione.

È così che l’appuntamento con il grande schermo si è trasformato in una visione una tantum di qualche film-evento iper-pubblicizzato. La settima arte, però, meriterebbe di più.

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