Sono molte le riflessioni che accompagnano gli spettatori lungo la visita della mostra, allestita nella suggestiva cornice del Museo Bagatti Valsecchi, all’interno della quale settanta lavori del grande fotografo Vasco Ascolini sono esposti assieme alla collezione permanente del Museo e a opere di Canova, Thorvaldsen e de Chirico, in un dialogo silenzioso e stimolante che vede l’osservatore come terza persona, dedita all’ascolto e all’interpretazione dei soggetti esposti.
Ascolini è un artista riconosciuto a livello internazionale, e da oltre quarant’anni ritrae statue con uno sguardo che è stato presto definito “metafisico”. Infatti, come la pittura metafisica mette spesso in relazione fra loro oggetti apparentemente isolati dal loro contesto originario d’appartenenza, così le statue fotografate da Ascolini dentro giardini, ville, fondazioni e musei in giro per il mondo sembrano provenire da un’altra dimensione, da un mondo “stravagante” e misterioso; attraverso l’esposizione, l’artista pone l’enigma del “vivo”, donando a quei tratti che delimitano e plasmano le immagini un’espressività capace di dominare gli spazi solitari nei quali abitano i soggetti. Le statue, apparentemente immutabili nel tempo, si animano grazie a quel soffio vitale che è lo scatto del fotografo, capace di eternare in uno spazio finito il gesto infinito e perduto nel tempo della scultura, restituita allo sguardo del visitatore nella sua essenza e nelle sue ambiguità. Ad accrescere il fascino di questi lavori è il colore nero, molto presente nelle opere di Ascolini, una tenebra che contiene la figura e la fa propria.
Le fotografie dell’artista raccontano di un altrove che possiamo ricercare superando le apparenze della realtà che ci circonda; chi ha detto, dopotutto, che una statua non possa essere capace di muoversi, vedere e parlare attraverso lo sguardo dello spettatore?






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