COME LA DISCRIMINAZIONE DI GENERE CI INVADE E CI UCCIDE
In relazione ai vari avvenimenti di cui si è molto discusso ultimamente, abbiamo avuto modo di intervistare Valeria Fonte, femminista militante e retore, che ha recentemente pubblicato il Suo primo libro Ne uccide più la lingua. Smontare e contestare la discriminazione di genere che passa per le parole.
Nel corso di quest’anno abbiamo assistito ad un continuo bombardamento di notizie riguardanti violenze di matrice misogina e patriarcale, quali, tra le altre, stupri e femminicidi. È evidente che non si tratta di casi isolati. A cosa è dovuta la sistematicità di questi avvenimenti? E cosa ne pensi della retorica del “not all men”?
La sistematicità di questi avvenimenti trova la sua risposta nella cultura. Siamo nate in una società patriarcale, ma prima di noi ci sono nate le nostre madri e le nostre nonne. Questo significa che è un fardello da cui non si scappa. Chi dice che si tratta di casi isolati ha il privilegio di ignorare quello che ho appena detto. C’è comunque una tendenza a dire che le cose, ultimamente, stanno andando peggio. Ma l’unica novità è che oggi se ne parla più di prima. I casi di stupro o di violenza non sono mai calati. Solo, ora le survivor parlano. Chi, di fronte a un tipo di violenza sistemica così pervasiva risponde con “not all men” sta facendo due cose: dire una bugia e compiere un atto di deresponsabilizzazione. “Tutti gli uomini”, perché tutti gli uomini crescono in questo sistema e tutti, almeno una volta nella vita, hanno agito secondo le regole del machismo. E se non è accaduto, se non se ne sono fatti promotori, hanno comunque vissuto in silenzio di fronte alla nostra dipartita quotidiana.
Credi che ci siano casi nei quali una donna possa ignorare la possibilità di difendersi da una violenza in virtù della salvaguardia di sé stessa?
Dire di sì spesso ti salva in una situazione di violenza. C’è chi sostiene che “potevi dire no”. Ma in alcune circostanze questo è falso. Un esempio? Dove scappi dopo aver detto no a tuo marito che vive nella stessa casa? Essere accondiscendente, non dire di no, qualche volta ci salva la vita. Fa schifo. Ma forse preferiamo vivere che incappare in una colluttazione da cui non sappiamo se usciremo vive.
Spesso la violenza non lascia segni visibili e, di conseguenza, si tende a pensare che essa non sia avvenuta. Cosa ne pensi dell’immagine propinata dai media secondo cui se non mostri segni di violenza sulla tua pelle, allora essa non è mai accaduta? In che modo i media riescono a sovrapporre l’immagine della vittima a quella di complice?
I media hanno il brutto vizio di descrivere la violenza come un accumulo di lividi e sangue. La verità è che quello è un volto raro della violenza. Puoi sorridere, essere truccata, vestirti in un certo modo, e comunque vivere una delle violenze più atroci. Dico che se la violenza si vede, è già complesso che qualcuno ti garantisca la giustizia. Se non si vede, poi, chi può dire che esista veramente? I giornali e la televisione hanno questo bruttissimo vizio di chiamare “complice” quella che non si spezza, quella visibilmente ancora integra. Non è un’ipotesi quella di essere dignitose e consapevoli. O siamo spezzate, o non siamo.
Nel Tuo libro hai scritto “invitandoci a denunciare ci state aiutando a morire”. Potresti spiegarci meglio questa frase e il contesto giuridico che ne sta alla base?
Ovviamente questo non è un invito a non denunciare, è un invito a farsi i conti nelle proprie tasche. La società dice a una vittima di violenza che l’unica cosa che può fare è denunciare, e se non lo fa, allora vuol dire che sta mentendo. Il punto è che denunciare significa molte cose: avere a che fare con le forze dell’ordine, che non sono per niente preparate ad accoglierci e tutelarci; fare i conti con una giustizia fasulla fatta da uomini per uomini, che qualche volta li punisce, qualche volta ci dice che non ci sono abbastanza prove per farlo. Non è una sorpresa che la maggior parte delle donne uccise per mano di un uomo avesse già denunciato prima, e non solo una volta. C’è da chiedere allo Stato se ha intenzione di fare i conti con questa cosa, prima di invitarci a denunciare.
Spesso, per difendersi dalla discriminazione di genere, le donne tendono ad appropriarsi di meccanismi di difesa tipicamente maschili. C’è un’alternativa a questo in una società che vede la rabbia femminile come “agitazione personale”?
A mio avviso non è che le donne usano meccanismi di difesa tipicamente maschili. È che hanno pensato che quei meccanismi non appartengano a tutte e tutti, ma solo agli uomini. Questo non è vero. Le donne sono aggressive, sanno commettere giustizia riparativa, urlano. Solo che lo fanno meno degli uomini perché c’è stato un momento, nella nostra storia, in cui abbiamo insegnato alle bambine a inibire l’odio e l’ira, declinando la ribellione fisica solo al maschile. La rabbia femminile è il risultato di un’oppressione su tutti i fronti. In realtà usa la violenza come la usa la rabbia maschile, solo che, nel primo caso, quella maschile è violenza ingiustificata, nel secondo caso, quella femminile è legittima difesa giustificata. Abbiamo bisogno di essere pronte a contrattaccare. Questa non può essere agitazione personale. Se fosse solo questo, non staremmo contemplando lo scenario di donne che si organizzano in gruppo per menare gli uomini violenti, come negli anni ‘70.
Cosa pensi della classificazione che i media fanno delle violenze? E della distinzione fra consenso e desiderio?
È vero. Pare che i media amino le classifiche della violenza. Pacca sul cu*o? Niente di che. Stupro? Interessante. Ma non si ragiona mai sulla matrice comune, che è appunto l’assenza di consenso. C’è chi sostiene che prima del consenso deve esserci il desiderio. Ma non è facile parlare di desiderio. È prima di tutto corrotto, perché non viene legittimato. Una donna sessuata che vuole fare sesso è una tro*a. Una donna con dei desideri è una tro*a. Una donna che dà il suo consenso per raggiungere i suoi desideri è una tro*a. Non riusciamo a costruire un desiderio saldo, di conseguenza il nostro consenso è volto al piacere maschile. Raramente cerchiamo il nostro. C’è da chiedersi: che mondo sarebbe se iniziassimo a dare il nostro consenso solo agli uomini che vogliono sperimentare con noi per il raggiungimento dei NOSTRI piaceri?
Per chi parlano davvero i media che trattano notizie come quella dello stupro di Palermo? Quanta attenzione viene posta alla tutela delle vittime e quanti danni ulteriori vengono invece provocati?
I media vogliono il pubblico, non la tutela della vittima. Altrimenti non condividerebbero i video degli stupri, le scene particolarmente violente, i nomi e i dati delle survivor. Creano un danno irreparabile, perché una volta che fornisci questo materiale, non si torna più indietro. Si va incontro alla deumanizzazione dei corpi. E non parlo solo di violenza di genere. I media hanno un kink per i corpi in difficoltà: mutilati dalla guerra, senza vita come nel caso dell’incidente di Mestre di qualche tempo fa, stuprati, umiliati. Sui corpi delle donne si gioca una battaglia al voyeurismo: guardare la sofferenza dal buco della serratura, vendere il macabro. Ma a che prezzo? Spesso, al prezzo più alto: la vita stessa delle vittime, che a quel punto viene compromessa non solo dalla violenza vissuta, ma anche dalla cannibalizzazione dell’esperienza da parte del mondo intero.
È possibile pensare ad un’educazione al tema della discriminazione di genere in una società in cui siamo tutte e tutti soggetti a dinamiche misogine e patriarcali? Com’è possibile decostruirsi senza l’aiuto delle istituzioni, come la scuola?
Sicuramente siamo tutte e tutti soggetti alle dinamiche misogine e patriarcali, ma essere soggetti a queste non significa non riconoscerle, altrimenti non farei il mio lavoro. Sta tutto lì: permettere a chi le riconosce e le decostruisce di insegnare agli altri come si fa. Questo lo può fare solo chi si occupa di educazione sessuale, affettiva, digitale. La scuola non è ancora pronta per questo, perché lo Stato non dà alla scuola gli strumenti necessari per una rivoluzione forte. Mentre qui fuori facciamo tutto il necessario, con ogni mezzo possibile, per chiedere un’educazione collettiva, c’è bisogno anche di movimento dal basso. Chiedete che vi sia dato quello che vi spetta: non solo questo tipo di educazione, ma anche il tempo e lo spazio per farlo (intanto) in modo autogestito.






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