Hawaii, isola di Maui, 7 agosto: a seguito di un improvviso innalzamento delle temperature, alcuni roghi colpiscono le foreste dell’isola, e nel giro di pochi giorni quella che era stata una famosa località turistica si trasforma in un paesaggio di cenere. Il bilancio è impietoso: 115 morti, 380 dispersi, 2170 acri di terreno e 2719 edifici distrutti. I sopravvissuti lamentano, tra i vari errori compiuti dalle autorità hawaiane, una mancanza di attivazione dei sistemi di allerta dell’isola, ma le radici della catastrofe sono più profonde. Cinque anni fa l’uragano Lane aveva alimentato roghi sull’isola, e nel 2022 una serie di incendi aveva raso al suolo interi ettari di foresta; eppure, in un rapporto dello scorso anno il rischio di incendi era considerato “basso”, nonostante in un altro rapporto l’80 per cento del territorio delle Hawaii fosse stato definito “anomalamente secco”. 

La tragedia di Maui non è l’unico caso di disastro naturale avvenuto durante l’estate; il numero di incendi, frane e inondazioni occorsi fra giugno e settembre è sempre più preoccupante. A Derna, cittadina nella zona orientale della Libia, il crollo quasi simultaneo di due dighe, causato dalle piogge ingenti e dalla mancata manutenzione della struttura negli ultimi venti anni (complice la guerra civile in corso dal 2014), ha causato una catastrofe senza precedenti nel Paese. Le acque hanno raggiunto rapidamente il centro abitato, uccidendo più di diecimila persone. Descritta dagli esperti come “un fenomeno estremo per la quantità di acqua caduta”, la tempesta causata dall’urgano Daniel ha allagato un’area vastissima della Cirenaica, con venti che hanno raggiunto la velocità di 180 chilometri orari e precipitazioni fra i 50 e i 250 millimetri. E uno studio della World Weather Attribution, team internazionale di scienziati che analizza l’influenza del cambiamento climatico sui principali eventi estremi nel mondo, ha riportato che l’alluvione è stata resa 50 volte più probabile e il 50 per cento più intensa dalla crisi climatica attualmente in corso. 

Maui e Derna non rivelano solamente la potenza distruttrice della natura: sono anche la testimonianza di come l’errore umano possa causare ripercussioni gravissime sull’ambiente e sulla vita delle persone stesse, e l’indizio di un cambiamento più radicale, per il quale l’uomo è in gran parte responsabile. 

L’innalzamento della temperatura terrestre di 4 gradi previsto dagli scienziati entro la fine del secolo non è soltanto uno dei cambiamenti climatici a cui l’uomo ha assistito negli ultimi millenni, come la “piccola era glaciale” che irrigidì gli inverni dalla fine del Medioevo all’Ottocento. Il mutamento che vivremo, e che stiamo già vivendo, è stato intensificato dal nostro sconsiderato sfruttamento delle risorse naturali e, anche se sono stati fatti molti progressi, servirebbe una maggiore collaborazione internazionale, sopratutto da parte di quei Paesi, come la Cina e l’India, che ancora rilasciano nell’atmosfera ingenti quantità di anidride carbonica. Senza contare il fatto che anche nell’Occidente in preda alla crisi energetica rischia di verificarsi un dietrofront nel campo dell’ecosostenibilità, nonostante il Parlamento Europeo abbia approvato l’entrata in vigore del Green Deal, legge che rende giuridicamente vincolante l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2050. 

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