Il 18 dicembre 1973 usciva nelle sale italiane un grande film. Il suo regista, Federico Fellini, era già entrato nella storia della cinematografia per opere, come I Vitelloni, La Dolce Vita e 8 1/2, nelle quali, fra caos e immaginazione, rumore e sogno, l’esistenza dell’autore si intreccia con quelle dei personaggi che abitano nella sua mente, colti dal mondo reale e trasfigurati in figure dalla forza archetipica; e proprio nei film dove l’integrazione fra il pensiero dell’autore, l’archetipo e l’osservazione della realtà (Fellini aveva esordito come sceneggiatore di pellicole neorealiste, fra cui Roma città aperta di Roberto Rossellini) è più equilibrata, il regista ha realizzato sicuramente le sue pellicole migliori. Ma, prima di girare Amarcord, Fellini era entrato in un periodo di grande crisi creativa. Lo aveva già avvertito più di dieci anni prima, mentre lavorava a quello che sarebbe divenuto il suo capolavoro più conosciuto, 8 1/2; solo che allora, con un colpo di genio, aveva elevato il proprio smarrimento a condizione universale dell’artista, realizzando quello che ancora oggi è ritenuto uno dei migliori film di sempre. Ma con la pellicola successiva, Giulietta degli spiriti, non aveva convinto del tutto, dividendo pubblico e critica; da quel momento la sua carriera si divide fra un’archeologia onirica della Roma antica (Fellini Satyricon), un docu-film su una delle fonti della sua ispirazione (I Clowns), e caotiche ricostruzioni del suo arrivo nella Capitale poco più che ventenne (Roma). La lucidità degli esordi sembra essere svanita, e per ritrovarla il regista compie un viaggio indietro nel tempo, fino agli anni Trenta, tornando nella Rimini della sua infanzia e adolescenza, dove sin da bambino il futuro cineasta si addormentava volando con la fantasia, ambientando al cinema storie che nascevano dall’immaginazione coltivata fra pellicole, letture e vignette. Quando comincia a prendere forma la materia che costituirà la sceneggiatura, Fellini si accorge che questa è costituita soprattutto da piccoli episodi rievocati dalla memoria, uniti con l’aiuto del grande Tonino Guerra, poeta e sceneggiatore, che suggerirà a Fellini anche il titolo definitivo del film. Il protagonista dell’opera è Titta Biondi, un adolescente riminese (ispirato alla figura dell’amico d’infanzia del regista, Luigi, detto Titta, Benzi) attraverso il cui sguardo lo spettatore segue un anno di vita nella piccola città, da una primavera all’altra, in un mondo ancora antico, rievocato attraverso il ciclo delle stagioni e i riti locali di origine contadina.  Le manine annunciano l’arrivo della primavera, e durante la notte viene organizzato nella piazza principale della cittadina un grande falò propiziatorio. L’esistenza di Titta e degli altri paesani scorre fra il quotidiano, i ricordi e i grandi eventi, come la gara automobilistica delle Mille Miglia e il passaggio del transatlantico Rex. Quello immaginato da Fellini in uno dei suoi ultimi veri capolavori è un microcosmo sospeso nel tempo e nello spazio, un mondo psichico nato dalle fantasie della memoria. I suoi personaggi, colti dalla particolare condizione della vita provinciale, agiscono sullo schermo come figure assolute, immutabili, simili alle maschere della Commedia dell’Arte; la Gradisca, primo incontro per Titta e i suoi amici con il turbamento dell’eros, il  loquace Avvocato che rompe la quarta parete, preso in giro da tutti e da Fellini stesso, l’irrequieta Volpina, la Tabaccaia,  lo zio Teo e la famiglia Biondi entrano così nell’immaginario di chi li osserva agire sullo schermo. Il regista li ritrae cogliendo la loro umanità, ma anche la loro sostanziale ignoranza, e il dolore dell’esistenza viene trasfigurato attraverso la poesia. Amarcord non è un film ottimista come lo spettatore potrebbe credere alla prima visione; pur nella dolcezza onirica delle sue immagini e della colonna sonora composta da Nino Rota, la pellicola è funestata dal male. Fellini, regista lontano dal genere del film politico, dipinge un inquietante ritratto del regime fascista, diverso dall’immaginario tradizionale, incarnato dall’Attila di Novecento di Bertolucci, del fascista sanguinario. Al contrario, il regime s’impone sfruttando quella che è stata definita l’eterna adolescenza degli italiani. L’adolescenza di Titta, però, non sarà eterna: e nel malinconico congedo fra i campi, al ritorno delle manine, si coglie, come al termine di uno spettacolo circense, il senso di una fine. La fine di Amarcord, la nascita di Fellini.

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