Nell’aprile 2023 ha avuto inizio una guerra in Sudan, innescata dalle tensioni presenti tra i principali corpi militari del paese: le SAF (Sudanese Armed Forces) – guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le RSF (Rapid Support Forces) – capeggiate dal generale Mohammed Hamdan Dagalo, detto Hemedti.

I due comandanti avevano combattuto fianco a fianco fino al 2021 e si pensa che la causa della rottura dell’alleanza e dell’inizio della guerra sia stato un disaccordo sulle tempistiche per l’integrazione delle RSF nell’esercito sudanese: da quel momento in poi i due schieramenti hanno iniziato ad attaccare le basi reciproche in Khartoum e a combattere per la presa del palazzo presidenziale, dell’aeroporto e dei canali televisivi.

All’inizio lo scontro si è concentrato principalmente sull’area metropolitana costituita da Khartoum e dalle due città gemelle, Khartoum Nord e Omdurman, e da alcune zone del Darfur, ma dopo poco si è espanso in tutto il resto del paese. 

Durante il primo anno di guerra, una serie di vittorie hanno portato le RSF a prendere il controllo di quattro regioni del Darfur, lasciando inespugnata la parte settentrionale, la cui capitale è El-Fasher, teatro di numerosi attacchi ancora oggi, e in mano alle SAF.

Da settembre a febbraio 2024 le SAF hanno lanciato una controffensiva consistente riconquistando ampi territori prima in mano alle RSF. Inoltre il generale Al-Burhan ha riscosso numerosi successi riallacciando i rapporti con l’Iran e col Cremlino.

A dicembre 2024 il presidente statunitense Joe Biden haaccusato ufficialmente le RSF di genocidio e crimini contro l’umanità.

Il culmine del conflitto è stato raggiunto il 26 ottobre 2025, giorno in cui i paramilitari delle RSF hanno preso il controllo della città di El-Fasher, dopo 500 giorni di assedi continui. 

Le violenze commesse sulla popolazione sono inaudite: i paramilitari stessi hanno documentato i loro crimini e il generale Hemedti ne ha perfino parlato in un discorso in pubblico, quasi a voler dire: “Questo è solo l’inizio”.

Diverse fonti sul campo hanno affermato che le forze congiunte e le autorità statali si sono ritirate improvvisamente nella notte tra il 26 e il 27 ottobre. Successivamente al-Burhan ha spiegato che le sue truppe avevano lasciato la città per “risparmiare vite civili”.

Le conseguenze per i civili sono state drastiche: in uno stato con una popolazione di 45 milioni di persone, 30 milioni sono state identificate dalle Nazioni Unite come bisognose di assistenza, e quasi 25 milioni sono state esposte a gravi insufficienze alimentari. 

I sopravvissuti raccontano che sono stati sottoposti a torture e violenze sessuali. 

Uno screening su 120 uomini di El Fasher ha mostrato che 1 su 5 soffriva di malnutrizione grave. 

Il sistema sanitario è all’orlo del collasso: mancano medicine e servizi essenziali, gli ospedali sono occupati, le forze armate ostruiscono il passaggio di aiuti umanitari. I civili non ce la fanno più.

Il genocidio in Sudan è solo uno dei conflitti di cui nessuno parla. Ci sono guerre che vanno avanti da tempo nel silenzio e nell’egoismo di paesi a cui poco importano le crisi umanitarie, preoccupati solo del proprio benessere. 

C’è però modo di evitare che i civili muoiano in silenzio: parlarne, informarsi, condannare questo tipo di violenze, perché non è giusto che un genocidio rientri nella nostra quotidiana indifferenza.

Lascia un commento

In voga