L’incontro tra il 47° Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, e il Presidente del Governo di Transizione siriano, Ahmed al-Sharaa (già noto come Abu Muhammad al-Jolani), avvenuto il 10 novembre 2025 nella Sala Ovale della Casa Bianca, ha rappresentato un terremoto geopolitico senza precedenti, riscrivendo le regole dell’impegno americano in Medio Oriente. 

Si è trattato della prima visita di un capo di Stato siriano a Washington dal 1946, sancendo un ribaltamento diplomatico impensabile fino a pochi mesi prima. 

L’elemento di maggiore criticità risiede proprio nella figura di Al-Sharaa: ex comandante di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), una fazione con radici profonde nell’estremismo islamico e storicamente legata ad Al-Qaeda, sulla cui testa gravava una taglia di 10 milioni didollari da parte degli Stati Uniti per accuse di terrorismo internazionale. La sua presenza a Washington, come legittimo leader siriano, è stata resa possibile solo dallarevoca in extremis, da parte dell’Amministrazione Trumpe del Consiglio di Sicurezza dell’ONU su iniziativa USA,del suo inserimento nella lista dei terroristi globali appositamente designati. Questa mossa diplomatica segue il collasso del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 per mano della coalizione guidata da HTS, un evento che ha lasciato un vuoto di potere che l’Occidente ha scelto di riempire rapidamente, abbracciando il nuovo corso di Al-Sharaa nel tentativo di garantire stabilità e arginare l’influenza di potenze rivali come l’Iran e la Russia, quest’ultima ancora influente nel Paese e intenzionata a mantenere una base navale a Tartus.

L’accoglienza di Trump ad Al-Sharaa è stata inusualmente calorosa, con il Presidente americano che ha lodato pubblicamente la “leadership decisiva” e la “forza” del siriano, definendolo un “tipo tosto” e minimizzando il suo passato jihadista con la frase: “abbiamo tutti avuto passati ruvidi”. Questo palese pragmatismo, tuttavia, ha irritato molti partner europei, che hanno espresso riserve sull’apertura immediata del dialogo. 

I negoziati tra le due delegazioni, guidate rispettivamente dal Segretario di Stato e dal Ministro degli Esteri siriano, Assad Shaybani, si sono concentrati su quattro aree strategiche di vitale importanza. Primo, l’annuncio dell’integrazione diDamasco nella Coalizione Globale per Sconfiggere l’ISIS, formalizzando la Siria come partner attivo e strategico degli USA nella lotta al jihadismo; secondo, la sospensione temporanea e la futura revoca di tutte le sanzioni economiche efinanziarie imposte dagli USA, inclusa la rigorosa “Legge Caesar”, essenziale per sbloccare la ricostruzione economica del Paese e attirare fondi internazionali per l’emergenza umanitaria; terzo, un piano per la riapertura dell’Ambasciatasiriana a Washington e il ripristino delle relazioni diplomatiche complete, un passo fondamentale verso la legittimazione internazionale del nuovo governo di transizione, con la promessa di monitorare la transizione democratica; infine, la spinta americana per l’eventuale normalizzazione dei rapporti tra Siria e Israele, in linea con gli Accordi di Abramo e lastrategia di contenimento iraniano di Trump, con la prospettiva di costruire anche una nuova base militare USA nei pressi di Damasco per controbilanciare l’influenza russa.

L’incontro ha generato forte malcontento tra gli oppositori politici di Trump e tra le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, che hanno definito l’accoglienza di Al-Sharaa come una capitolazione morale e un tradimento dei principi democratici e hanno espresso allarme per le violenze settarie e gli omicidi di minoranze come alawiti e drusi che continuano impuniti in alcune zone della Siria sotto il controllo di HTS. 

Nonostante le critiche e l’eco globale delle polemiche, l’amministrazione Trump ha difeso la scelta come un atto di realpolitik necessario per stabilizzare una regione cruciale e per completare il disimpegno militare statunitense. 

Il futuro dirà se l’audace scommessa di Trump su Ahmed al-Sharaa porterà a una pace duratura o se si rivelerà un’escalation di nuove tensioni regionali.

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