La notte tra il 25 e il 26 aprile 1986 a Chernobyl, in Ucraina, ci fu una catastrofe che segnò la vita di un’intera popolazione.
La centrale nucleare della città funzionava grazie a un reattore che, accumulando vapore acqueo, faceva girare i generatori elettrici, dando origine a reazioni di fissione che rilasciano enormi quantità di energia. Per rallentare il processo di fissione erano stati costruiti sia dei moderatori in grafite sia barre di controllo in boro che assorbivano i neutroni della reazione. Se le barre erano su il reattore era acceso, se erano giù era spento.
L’esplosione del reattore avvenne a causa di un difetto di progettazione unitamente all’errore umano.
Quella notte la centrale stava conducendo delle prove per determinare l’efficienza del reattore in caso di blackout. Il test si sarebbe dovuto svolgere il 25 aprile in giornata, ma dato che la linea di distribuzione aveva bisogno di energia la prova fu rimandata di 10 ore. Alle 23 cominciò lo spegnimento del reattore con il turno del giorno, ma a mezzanotte scattò il cambio con il turno di notte, non abbastanza qualificato né preparato per il test.
Da qualche ora il reattore si era “avvelenato” col gas Xeno (prodotto che interferisce con le reazioni nucleari).
Dato che il problema non appariva sullo schermo, e gli scienziati avevano impostato il controllo automatico del reattore, il processo continuò. Tutti i sistemi di sicurezza furono disattivati. Intorno all’1:05 per aumentare la potenza vennero estratte tutte le barre di controllo tranne sei, violando le norme di sicurezza.
Ci sono poche testimonianze sull’accaduto dei minuti successivi, si sa solo che qualcuno all’1:24 ha interrotto il test attraverso il pulsante AZ5 di emergenza, immettendo tutte le barre di controllo che a contatto con i condotti già danneggiati hanno dato origine a una prima esplosione, e qualche secondo dopo a un’altra molto più grande che ha rilasciato nell’aria gas nucleari e pezzi di grafite radioattivi.
All’inizio venne costruito un “sarcofago” in cemento armato attorno al reattore per evitare ulteriori rilasci di materiale radioattivo, successivamente si passò ad una copertura a lungo termine presente ancora oggi.
L’esplosione ebbe un effetto devastante sui civili: le città di Chernobyl e Pripyat furono immediatamente evacuate, le persone se ne andarono con la promessa che nel giro di pochi giorni sarebbero tornati a casa: non è mai successo. Un gruppo di uomini chiamati “liquidatori” si occupò di raccogliere le macerie e pulire le aree contaminate dai gas e dalla grafite; la situazione era talmente pericolosa che furono costretti a indossare delle tute protettive che ricordano quelle dei medici ai tempi della peste.
I morti al momento dell’esplosione e nei giorni successivi furono 65, ma le conseguenze perdurarono nel tempo: a causa dei gas radioattivi si verificarono circa 4000 casi di tumore alla tiroide, e le persone di tutto il mondo non potevano mangiare né derivati di animali, a causa dell’erba radioattiva che questi avevano ruminato, né verdure a foglia larga, poiché la polvere radioattiva si era depositata direttamente sulle foglie.
Gli esseri umani non furono gli unici contaminati: durante l’evacuazione non tutti riuscirono a portare con sé i propri animali domestici; perciò, ai liquidatori fu dato il compito di uccidere tutti gli animali rimasti, ma questi sopravvissero formando colonie nei boschi e adattando il proprio DNA ai gas radioattivi, dando origine ad altre razze mai viste prima.
Questo disastro dimostra come l’essere umano non sia ancora completamente in grado di gestire una potenza come quella dell’energia nucleare, che per la terza volta nel giro di meno di un secolo ha distrutto la vita di migliaia di civili innocenti. A questo punto quello che resta da chiedersi è: quante morti ancora ci serviranno per capire che ci sono cose che vanno ben oltre le nostre capacità?
di Micol Simi de Burgis





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