L’intervista a Barbara Schiavulli, giornalista, corrispondente di guerra e scrittrice, è stata tenuta dalla redazione al CISS di Perugia del 2023. Trovate qui riportata la versione integrale!
Come si approccia al lavoro, nelle indagini e nell’organizzazione dei viaggi?
All’epoca era molto diverso da com’è oggi, un tempo i giornali pagavano di più, quindi non c’erano tanti freelance. Io, non essendo assunta da nessuno, mi muovevo per conto mio ed avevo meno problemi. Ora invece è più complicato perché i freelancesono aumentati notevolmente e non ci vogliono più solo le competenze di una volta, ma bisogna anche imparare nuovi metodi: devi saper fare video e fotografie. Il livello del giornalismo italiano si è un po’ abbassato, ci sono delle punte di diamante in un paese che non apprezza più competenza, esperienza, professionalità, per questo suggerisco sempre ai giovani di andare a trovarsi delle testate di un certo livello all’estero appena possono. Oggi che dirigo una testata che si chiama Radio Bullets, creata perché ormai nei giornali non si parla più di esteri, a meno che non si leggano L’Avvenire o Il Manifesto, che comunque sono giornali di nicchia, non ci sono notizie su cosa stia succedendo in Myanmar o in Afghanistan per esempio. Questa non è solo una grave mancanza, ma anche qualcosa di sbagliato verso l’opinione pubblica: tutto parte da quello che noi sappiamo e per farci un’opinione su qualsiasi cosa dobbiamo essere informati. Oggi quello che succede in Cina, piuttosto che in Africa o in Sud America, ha degli effetti su di noi e se siamo informati su ciò che accade sappiamo come prepararci, fare delle scelte ed aiutare le persone in difficoltà, altrimenti ne veniamo travolti. In tutti questi anni è sicuramente cambiato il mio modo di fare giornalismo, perché seguire una guerra ti cambia. All’inizio facevo il giornalismo tradizionale, raccontavo che aveva scatenato la guerra, gli interessi di ognuno ecc., poi ho incominciato a raccontare i civili. Questa è una cosa che forse nasce dall’esserci come giornalista donna, perché noi donne, soprattutto nel mondo musulmano abbiamo un tipo di accesso che i nostri colleghi maschi non hanno. Oggi, per lo meno a me, interessano di più quelli che la guerra la subiscono, il mio modo di raccontare parte dalle piccole storie per arrivare ai grandi eventi. Preferisco vivere in mezzo alle persone e in qualche modo subire ciò che subiscono loro. L’unica differenza è che io me ne posso andare quando voglio, mentre loro sono bloccati lì. Prendi l’Afghanistan per esempio, lì sta avvenendo una vera e propria apartheid di genere: donne e ragazze non possono più lavorare, studiare, ascoltare la musica. Fino ad agosto 2021 se avessi chiesto loro che sogni avevano, avrebbero detto diventare una politica, una ministra, una sindaca, sarebbe stato difficile ma non impossibile; ora invece ti dicono che vogliono andare via, che vogliono darsi fuoco perché i loro genitori le costringono al matrimonio, che vogliono solo studiare. Il nostro compito è tenere acceso questo riflettore.
Come è cambiata la situazione in Afghanistan dopo il ritiro americano? Quali sono le differenze rispetto a come viene raccontata la situazione qui?
In Afghanistan si è passati da cinquanta anni di guerra ad una situazione di limbo. Il male e la violenza causati dai Talebani, se possibile, sono addirittura peggiori del vivere in guerra. Prima, infatti, gli afghani morivano combattendo, adesso invece muoiono perché i Talebani non permettono a nessuno, soprattutto non alle donne, di lavorare, di proteggere i propri figli, di uscire, e quindi la situazione è ancora più grave, si tratta di una morte interiore. Le Nazioni Unite in questo periodo stanno discutendo riguardo alla possibilità di lasciare il paese: loro danno venti milioni di pasti a persone che non se li possono permettere e, qualora andassero via, questa gente morirebbe di fame, di freddo, morirebbe di depressione. Le Nazioni Unite potrebbero decidere di andarsene perché i Talebani hanno vietato persino alle donne della ONG e delle Nazioni Unite stesse di lavorare. Questo causa grandi problematiche, inquanto alcune mansioni non possono essere svolte solo da uomini: un uomo non può portare, ad esempio, un pacco alimentare ad una donna, o una donna afghana non può andare da un medico maschio; quindi, le donne che avranno bisogno di aiuto non riceveranno assistenza. Inoltre, se le donne non possono più studiare, non si potranno laureare e non ci sarà quel cambio generazionale che avviene in ogni paese. Una donna può uscire solo se accompagnata da un uomo: come faranno quindi le vedove con tanti figli, che, soprattutto dopo la guerra, stanno diventando sempre di più? Oggi, queste madri permettono ad alcuni figli maschi di andare a scuola, ma la maggior parte, in particolar modo se sono piccoli, li mandano a chiedere l’elemosina per le strade o nella discarica a raccogliere la plastica, mentre le bambine devono stare in casa. Molti figli di gente povera sono orfani e la povertà al momento affligge il 97% della popolazione. L’unico modo per combattere questa situazione critica, è raccontarla, non chiudere gli occhi su quello che sta accadendo e cercare di coinvolgere sempre di più i giovani. Molti ragazzi afghani sono riusciti a mettersi in salvo, grazie ai corridoi umanitari, alle evacuazioni, o affidandosi ai trafficanti, poiché, quando l’alternativa è non sopravvivere al proprio paese, l’unica possibilità è andarsene, pagando una fortuna per farsi portare in Europa da trafficanti. Dopo l’evacuazione del 2021, sono arrivate moltissime ragazze che hanno potuto riprendere la scuola, trovare un lavoro, fare sport – perché anche quello è ormai vietato dai Talebani. Queste persone possono ricominciare a svolgere diverse attività, ma hanno dovuto lasciare tutto, il ruolo che ricoprivano nel loro paese, le loro famiglie, tutto quello che conoscevano, per arrivare qui ed essere guardate in modo strano per la loro povertà, o per la loro difficoltà a comunicare, o perché sono traumatizzati da quello che hanno vissuto. Però sono qua, intorno a noi, e hanno avuto la forza di resistere, quindi dobbiamo cercare di cogliere l’occasione e di interagire con questa società civile che siamo riusciti a salvare e che rappresenta il cuore di un paese, nella speranza che possano, qualora lo desiderino, tornarci presto, riprendendo a vivere come in precedenza, perché ora in Afghanistan le ragazze non studiano più, i maschi in pochi perché sono gli unici che possono lavorare e, tra qualche generazione, se i Talebani avranno ancora potere, tutte queste persone che non sanno né leggere né scrivere non solo saranno ignoranti, ma soprattutto saranno più facilmente manipolabili.
Cosa la spinge a raggiungere dei luoghi così carichi di tensione, che possono risultare anche molto pericolosi?
Inizialmente, probabilmente, era il voler raccontare la storia e gli eventi che accadevano nel mondo. Oggi, ritengo che questo lavoro sia un privilegio, perché mi permette di andare e raccontare le persone, riconoscere chi ha bisogno, rendere giustizia a queste persone, assicurarsi che non vengano dimenticate. Questo lavoro mi consente di far sì che le persone qui sappiano cosa succede da un’altra parte e far sì che si possa vivere in un mondo più inclusivo e più giusto, perché stiamo andando politicamente alla deriva: c’è una mancanza di speranza, una paura verso l’altro. Io ho la possibilità di recarmi in luoghi dove ad altri non è permesso, alcuni di noi sono fatti per fare questo mestiere, quindi, sarebbe ingiusto non farlo, e cerco di rendere giustizia a queste persone, nella speranza che poi chi mi ascolta, mi legge o mi vede, in qualche modo apprenda qualcosa.
Proprio parlando di diritti, lei crede che il governo talebano avrà mai un riconoscimento internazionale?
Per com’è adesso no. Ad oggi in realtà non è ancora stato riconosciuto da nessuno, anche se ha parlato con tutti. È un governo che noi diciamo de factoproprio per questo, però mentre l’Occidente non ha ambasciate lì, la Cina, la Russia, e tutti quelli che hanno interessi molto forti nel Paese, sono entrati a gamba tesa, i Cinesi addirittura prima del ritiro degli Americani. È anche vero che la vicesegretaria delle Nazioni Unite ha detto che se i talebani soddisferanno alcune condizioni, forse bisognerà riconoscerli, anche perché finché avranno i soldi per restare, resteranno. Bisognerebbe, quindi, arrivare a un compromesso, e di fatto la pace non è altro che questo. Negli anni Novanta il governo talebano fu riconosciuto solo da tre Paesi, oggi il globo sembra abbastanza compatto sull’idea che ciò non accadrà fino a che non rispetterà i diritti di base delle donne, delle minoranze e di alcune comunità religiose, perché non è accettabile che nel mondo ci sia un posto dove le donne non vanno a scuola dopo gli undici anni, o dove la musica è vietata, è inaudito, e dev’essere detto a gran voce da tutti. Io speravo che magari gli artisti, che spesso si spendono contro la fame e contro tante altre ingiustizie, in qualche modo dicessero qualcosa, ma non è così. Ci sono due possibilità: o non sanno quello che sta succedendo, e questo vorrebbe dire che noi stiamo facendo male il nostro lavoro, oppure non è di interesse, ma in Afghanistan ci sono trentasei milioni di persone, circa mezza Italia, non è una cosa da poco. Noi tollereremmo che mezza Italia non andasse a scuola o non potesse ascoltare la musica? No. E questo dovrebbe valere per tutti, anche in Paesi come il Myanmar, o l’Egitto, dove oggi ci sono sessanta mila detenuti politici, o altre parti del mondo dove basta scrivere un post per finire in galera. I talebani adesso, per l’Id al-fitr, che è la fine del Ramadan, hanno liberato un po’ più di duemila detenuti: erano tutti ladri, criminali, tutti prigionieri politici. Tra questi ultimi ci sono due insegnanti che conosco, che sono stati arrestati solo per aver detto che le donne devono andare a scuola. Uno è stato in prigione per settantasette giorni, ed è appena stato rilasciato due giorni fa. Un altro è ancora in prigione, la sua colpa è stata andare in giro per le zone remote con un furgoncino e insegnare ai bambini e alle bambine. C’è per esempio un giornalista afghano-francese, ci sono attivisti, chiunque sia contro il regime talebano finisce in carcere se lo manifesta. Ci sono poi le ragazze delle proteste. Io le ho intervistate a febbraio, quando ero in Afghanistan, ed essendo preoccupata ho chiesto se potessi mostrare le loro facce. Al che mi hanno risposto: Ci hanno già viste dappertutto, ci hanno già arrestate, sanno chi siamo, non abbiamo più niente da perdere, quindi fai vedere le nostre facce, fai vedere a tutti che noi esistiamo. Oggi, quindi, sono anche qui per questo.
Secondo lei come dovrebbe accostarsi il mondo al conflitto israelo-palestinese e quale potrebbe essere la risoluzione a questo conflitto che va avanti da decenni?
Questo è un conflitto molto complesso. La situazione ad Israele è quella di un governo di estrema destra che ha fatto di tutto per trovarsi nella situazione in cui si trova ora. Israeliani e palestinesi non si parlano in colloqui e negoziati ufficiali da almeno dieci anni. Quando io arrivai per la prima volta nel’97, fu subito dopo gli accordi di Oslo e tutto era diverso. Gli accordi sarebbero dovuti durare dieci anni, ma non sono stati rispettati, Israele ha fatto si che la situazione peggiorasse di giorno in giorno, non osservando gli impegni presi e causando una vera e propria apartheid nel territorio. Un palestinese, per esempio, nel caso in cui dovesse contrarre un cancro, non potrebbe andare a curarsi all’estero, perché gli israeliani non glielo permetterebbero. Purtroppo questo è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare: qualche anno fa mi trovavo a un check-point a Ramala ed essendo accreditata come giornalista, potevo andare ovunque. Davanti a me si era fermato un taxi con una donna palestinese incinta e con le doglie, che stava cercando di raggiungere un ospedale. Un soldato israeliano le disse che non poteva passare, e lei non sapeva cosa fare, non capiva perché non la facessero proseguire. Alla fine dovette partorire per strada con il mio aiuto, allora avevo solo ventiquattro anni ed ero accompagnata da un altro fotografo, che – da buon carrierista – si stava occupando più che altro di documentare la scena. Non capisco come sia possibile accettare una cosa del genere, si tratta della salute delle persone, questo non è conflitto, è cattiveria, crudeltà. Tutti sono a conoscenza di questo conflitto, ma nessuno riesce a fare in modo che i rispettivi rappresentanti si siedano a un tavolo e negozino. Ai tempi di Oslo, invece, palestinesi e israeliani erano stati chiusi insieme in un palazzo. In una stanza negoziavano, poi uscivano e i rappresentanti dei due schieramenti discutevano tra loro dei risultati della giornata parola per parola e se uno di loro diceva no, si strappava tutto e si ricominciava. Dormirono tutti insieme e mangiarono tutti insieme per giorni, finché non riuscirono a raggiungere un accordo. La differenza era che nel ’97 la gente credeva davvero che fosse possibile trovare un accordo, oggi invece la fiducia si è persa e per questo molti se ne sono andati. La realtà è quella di due paesi che non riescono a trovare un compromesso, perché la gente non ne può più, è pronta, ma se la politica non vuole provarci davvero, tutto diventa più difficile. La politica è quella che decide la pace, se non c’è una spinta non si può. In questo caso c’è, il problema è che gli Israeliani hanno dietro gli americani ed altri interessi vari che compromettono la pace. Però io credo che se c’è la volontà, si può fare tutto.
Ha parlato prima del ruolo degli artisti in queste condizioni di conflitto e mi è venuto in mente Banksy che arriva anche in queste zone. Crede che possa davvero avere un ruolo importante nel raggiungere persone per cambiare la situazione?
L’arte e la denuncia servono sempre, come la musica la pittura, qualunque forma d’arte, motivo per il quale oggi in Afghanistan gli artisti devono nascondere gli strumenti e le due scuole di musica che c’erano a Kabul sono state chiuse; se oggi ti metti a suonare in Afghanistan ti arrestano. Perciò se fare musica o arte è un problema, bisogna farne anche di più: bisogna suonare per gli afgani, bisogna conoscere la musica tradizionale e artisti come Banksy. Per esempio noi in Italia abbiamo Laika, un artista di cui, come per Banksy, nessuno conosce l’identità: dipinge di notte, senza farsi vedere, con il suo team e indossa una parrucca rossa. Nemmeno io la conoscevo finché l’anno scorso mi ha chiesto se le prestavo un burqa perché ha disegnato sull’ambasciata afgana l’immagine della donna col burqa con le scarpe rosse, che sono il segno della violenza sulle donne. Dopo mi ha restituito il burqa e mi ha regalato una delle sue copie di questo disegno. È utile perché dà fastidio; vorrei tantissimo che uscisse qualcosa del genere su un palazzo in Afghanistan perché farebbe veramente rosicare i talebani. L’arte è tante cose, ma anche questo, quando è denuncia, ricerca della giustizia, riconoscimento, secondo me sta facendo una parte importante del suo lavoro. Poi è vero, l’arte è anche rilassatezza, svago e bellezza però in questo modo anche se non cambierà il mondo sicuramente farà riflettere ed è tra le cose più importanti riuscire in qualche modo ad innescare quel tarlo che poi infastidisce. Questo è quello che devono fare anche i giornalisti, loro non vanno in un posto col microfono e dicono dì quello che vuoi, i giornalisti vanno lì e devono dare fastidio, senza ovviamente farsi arrestare perché in certi posti diventa anche pericoloso. Per esempio quando adesso ho intervistato un talebano del Ministero del Vizio e della Virtù, quello che gestisce la polizia morale, vedevo il mio fixer – di solito sono dei giornalisti locali che ingaggiamo o per tradurre o per fissare gli appuntamenti – che sbiancava mentre facevo le domande e scuoteva la testa. Il punto è che bisogna conoscere il limite e non farli troppo arrabbiare, ma non bisogna nemmeno chiedergli ciò che vogliono, altrimenti il giornalismo diventa propaganda.
L’Italia ad Aprile 2023 era 58° nell’indice di libertà di stampa mondiale. Lei è d’accordo con questa percezione e come si sente a riguardo?
L’Italia innanzitutto ha un grosso problema di giornalisti che seguono la maggioranza senza essere fastidiosi. Poi c’è il problema delle denunce, soprattutto verso i freelance. Facendo un’intervista si può essere accusati di diffamazione per svariati milioni, che ovviamente il freelance, senza una testata alle spalle, non ha. Questo diventa un modo per limitare la libertà di parola, obbligando all’ autocensura i giornalisti. Ci sono anche tanti che pur non avendo le competenze millantano di fare i professionisti, che io chiamo giornalisti da Concordia, ossia quelli che vanno a farsi il selfie con la nave che affonda, solo per dire di essere stati lì. Il giornalista è un mestiere in cui si deve imparare, studiare, come qualsiasi altro lavoro specializzato, per garantire che quello che si dice non abbia come fonti Facebook o TikTok, ma che siano state fatte le verifiche del caso. É successo che venissero date notizie, poi rivelatesi false, ma senza che sia mai stata data una smentita. In quei casi il pubblico continua a recepirle come vere, anche perché una volta che un’informazione arriva, è difficile sradicarla. Ad esempio, con la cattura di Bin Laden, ci fu una grande differenza tra la narrazione dei giornalisti di inchiesta internazionali e quelli americani. Come fai a contrastare un colosso come quello americano con la tua sola voce? Sta tutto nella fiducia che costruisci nel tempo col pubblico. Adesso è anche più facile, grazie a internet e ai cellulari, smentire presto anche le grandi testate in caso di falsa informazione. D’altra parte però con la bulimia di notizie che subiamo, è complicato verificare tutte le informazioni, e ci si affida più che ai giornali, ai singoli giornalisti. Ormai i quotidiani sono alla loro fine, in quanto riprendono storie vecchie al momento della pubblicazione, e per fare la differenza dovrebbero utilizzare approfondimenti, reportage, inchieste, che non puoi trovare in due minuti sui social.
Una domanda riguardo a Radio Bullets: come è nato e come si è sviluppato il progetto?
Allora, Radio Bullets nasce ufficialmente qualche anno fa. Al tempo si parlava dei bombardamenti su Gaza, tutto veniva raccontato dall’esterno, c’era solo un giornalista italiano dentro, Michele Giorgio, de Il Manifesto e Ansa che raccontava ciò che stava accadendo. Io in quel momento non avevo i soldi per partire e dirigermi sul posto, perché per i freelance ci sono anche momenti in cui i fondi per prendere e partire non ci sono. Mi sono talmente arrabbiata e infastidita che ho iniziato a scrivere su Facebook cose come: queste sono le notizie che non leggerete oggi sui giornali italiani, e lì mi è esplosa la pagina. La gente aveva iniziato a commentare: Ma perché questo non lo racconta nessuno? Perché i giornali questo non lo fanno? Perché di questo non si parla? Poi una mia collega, esperta di estremo oriente, mi ha proposto di occuparmi con lei di quella zona. Fino ad ora avevo postato una ventina di notizie da tutto il mondo, ma senza approfondimenti, solo i titoli e a quel punto le ho risposto di portarmi direttamente del materiale su tutta l’Asia. E così è come abbiamo cominciato, finché, sempre lei, non mi ha fatto venire in mente l’idea di fare un podcast, come una sorta di rassegna stampa. E da allora tutte le mattine mi sveglio alle 5 per leggere tutti i giornali internazionali e fare questo notiziario, che si è man mano allargato, con all’interno sempre più donne. Poi il progetto è diventato una testata e l’abbiamo registrata. Si è creato un gruppo che tende a cambiare, perché ci sono diversi podcast, divisi in due sezioni: una per esempio è più impostata, è relativa alle notizie e riguarda tutto quello che succede all’estero e qui ci sono podcast seri, che iniziano, finiscono, e la gente cambia. Il punto è diventare sostenibili perché non voglio più scrivere per i giornali mainstream; cosa che sono costretta ancora a fare perché devo pagare le bollette e avere una vita e la vita costa. Per quanto riguarda la copertura delle notizie, siamo noi a decidere dove mandare i nostri giornalisti, ovviamente non con i costi di un inviato, che sono tremendi, ma con i contatti giusti riusciamo a stare lì per due settimane anche con 4000 euro. Così ce la stiamo facendo, per esempio l’anno scorso siamo riusciti a fare tre viaggi in Afghanistan e uno in Colombia; uno di noi ha coperto un po’ di Ucraina, poi però abbiamo convenuto che essendo tanto seguita non ci fosse bisogno che ce ne occupassimo. Io vorrei tenere acceso almeno l’Afghanistan per questo ci sto andando e in 17 mesi ci sono stata 5 volte. Questo è quello che facciamo ora, poi quando riusciremo ad essere una testata sostenibile avremo raggiunto il nostro obiettivo e probabilmente ci occuperemo anche di qualcos’altro.
Per quanto riguarda il parlare degli Esteri in Italia: una notizia deve essere vendibile, perché altrimenti i giornali non vengono comprati e non ha particolarmente senso pubblicarla, lei pare essere dell’opinione opposta, potrebbe spiegarci perché?
Allora, io so perfettamente che ci sono notizie più vendibili di altre e nel mainstream lo posso anche accettare; nel mio piccolo però cerco di fare il giornalismo che ritengo le persone meritino. Quindi quello che cerco di fare è aiutare l’opinione pubblica a farsi appunto una propria opinione e non posso parlare di gattini afghani per fare questo; devo parlare anche di cose ritenute magari più noiose e pesanti. Però, per esempio, aiuta raccontare dei giovani se parlo ai giovani, idem con gli adulti. Perché per me sono le storie a fare la differenza, ma so anche che se dovessi fare un pezzo per Repubblica e parlassi dell’ennesima donna che subisce violenza in Afghanistan, mi impedirebbero di portare sempre storie tristi, quindi dovrei cercare di girare un po’ la frittata, per presentarglielo, cercando di arrivare comunque alle persone, conscia del fatto che i giornali comunque sbagliano, perché i pensano che alle persone queste cose non interessino. Ma io vedo in giro sempre tanta gente interessata; anche nelle scuole, per esempio, dove magari ci sono dei ragazzi che non sanno niente di ciò di cui sto parlando, ma che stanno zitti e buoni e si emozionano anche solo vedendo le foto che porto. E qui voglio dire che o sbaglio io o sbagliano i giornali e visto quanto vendono i giornali, forse, sbagliano loro. Perché la gente non è così lontana. Certo, puoi sempre dare loro il gattino, non c’è niente di male nell’offrire qualcosa di leggero, ma se, per esempio, mi parli della regina Elisabetta per due settimane di fila, mentre in corso c’è un colpo di stato, non stai facendo un buon lavoro. L’ultimo pezzo che ho scritto per Repubblica era sulla squadra di cricket afghana. Ci sarebbe dovuta essere una partita internazionale ma la squadra australiana non aveva giocato per solidarietà alle donne di quel paese e io li ho intervistati. Il punto era che non giocando la partita non stavano facendo un favore a nessuno, il cricket è come il calcio in Afghanistan, quello era l’unico momento di gioia rimasto agli afghani e loro glielo stavano portando via. Questo è un pezzo che è uscito su Repubblica e che ha venduto perché sembra leggero. Eppure me l’hanno messa a cornice, intorno ad una grossa pubblicità di un orologio e io la trovo violenta come cosa, nei miei confronti e in quelli di chi legge. Però capisco anche che la pubblicità sia diventata più importante di quello che scrivi, di conseguenza noi facciamo da cornice a tutto il resto. Motivo per il quale secondo me i giornali oggi non funzionano più. Per esempio: quanti di voi leggono i giornali? Pochi e online, neanche cartaceo, e vuol dire che c’è un problema, perché io da giovane, forse anche perché non c’era l’accesso alla rete però si leggevano, cioè se sei un giornalista e di solito li leggi. Significa forse che i giornali non riescono più a raggiungere le persone?
Come fa ad aver lavorato in Afghanistan e in altri posti del genere dove le donne non possono neanche uscire di casa, come riesce a parlare con i Talebani, con le persone?
Intanto io ero lì prima dei Talebani quindi gioco in casa. Prima per entrare in Afghanistan si chiedeva il visto giornalistico e si entrava, oggi invece bisogna chiederlo ad una ambasciata che non esiste più, perché il paese non è riconosciuto, poi devi ottenere un accredito dai Talebani, a me hanno detto di sì, quattro volte da quando sono arrivati loro, ad altri colleghi dicono di no. Non ho idea del perché non facciano entrare un giornalista della Rai ma facciano passare me, l’unica cosa che mi posso immaginare è che a loro piaccia “Radio Bullets” perché significa proiettili e loro sono combattenti. Per i giornalisti le cose sono migliorate da questo punto di vista, prima, da almeno dieci anni, era impossibile raggiungere certe zone come Kandahar, la roccaforte dei Talebani, mentre ora, dato che la guerra è cessata, si può fare. In Afghanistan ci sono ancora delle ONG che lavorano, prima si occupavano di progetti di emancipazione e centri antiviolenza, ora che non possono più farlo si prendono cura delle donne in difficoltà dando loro soldi e cibo. Anche grazie a loro si ha accesso alle persone. Se ti rechi in un campo sfollati tutti hanno voglia di parlare, la gente vuole raccontare la propria storia. Con i talebani invece è già più complicato. Quando ho chiesto un’intervista al Ministro dell’Istruzione Superiore ha rifiutato, perché non parla con le donne, mentre quello del Vizio e della Virtù ha accettato ma mi ha fatto aspettare quattro ore a -10°. Però si aspetta, si fa l’intervista e poi gli si dà fastidio. Poi essendo una donna, sono anche considerata meno pericolosa, se metto il velo, non capiscono neanche che sono una giornalista straniera, sembro una del posto. In macchina mi siedo sempre dietro e cerco di non dare nell’occhio. In Iraq funzionava allo stesso modo, sono stata lì per cinque anni e il problema era il rapimento dei giornalisti che valevano milioni allora. Se vieni rapito e non ti riscattano, e se sei un freelance di solito non succede, poi vieni venduto ed è il caos. Quando ci fermavano in macchina io stavo zitta, un giorno ho finto di stare andando a trovare dei parenti e la mia fixer disse che ero una cugina sordo muta, così ci lasciarono andare. In Venezuela invece se vuoi raccontare ci sono due modi: o entri come giornalista e vieni risucchiato dal governo che vuole farti vedere solo determinate cose, o entri a tuo rischio e pericolo con un visto turistico senza essere accreditato. Quando sei li, cerchi di procurarti una fixer donna e fai in modo di non essere preso, di tornare e scrivere il tuo pezzo, altrimenti hai fallito. Entrare in Venezuela quando c’era Guaidò è stato complicatissimo, la Farnesina ha cercato in tutti i modi di fermarmi. A questo punto, però si torna a parlare della libertà di stampa in Italia. Un Ministero degli Esteri che cerca di fermare una giornalista, perché, nel caso in cui venisse catturata, gli costerebbe dei soldi, quanto valore può dare alla verità, all’informazione? Il nostro lavoro è proprio quello di essere lì e di raccontare, in posti del genere i giornalisti spesso non sono ben visti, se poi abbiamo anche il problema di quelli che cercano di ostacolarci dall’Italia è la fine.






Lascia un commento